GENITORE IDEALE -IL TUO È UN AMBIENTE ORDINATO?

AMBIENTE ORDINATO

Ordine o disordine…  Non prenderla subito sul personale, non ti sto mica criticando e non voglio dirti come ordinare casa tua, ma…

Ho sentito la necessità di scrivere quest’articolo sull’ambiente, in seguito ad un’esperienza personale che ho vissuto recentemente. Ho appena fatto un trasloco, quindi mi sono trasferita da un’abitazione in un’altra nella quale vivo attualmente.

“Io sono me più il mio ambiente, e se non preservo quest’ultimo non preservo me stesso.”- José Ortega y Gasset 

Non era la prima volta che cambiavo casa nella mia vita, anzi, ho vissuto in ben dieci case in quasi quarant’anni e questa non era altro che l’undicesima della lista e probabilmente neanche l’ultima.

Ma questa volta ho vissuto questo cambiamento con una consapevolezza diversa rispetto alle altre volte. In seguito agli studi montessoriani che mi hanno permesso di approfondire la relazione che c’è tra l’educazione nell’ infanzia e l’ambiente, ho potuto riflettere molto sia sul trasloco attuale che sui passati cambiamenti di ambiente vissuti precedentemente.

Come in ogni trasloco degno di questo nome, per qualche giorno, a volte per delle intere settimane, si vive in un caos quasi assoluto. Per la paura di non fare in tempo si iniziano a fare le scatole con diversi giorni di anticipo e ad incartare tutto.

“Il nostro contributo al progresso del mondo deve consistere nel mettere ordine nella nostra casa.” – Mohandas Gandhi

Dopo qualche giorno vissuto in un ambiente così disordinato e caotico però, inizia a presentarsi una sensazione di sconforto talmente fastidiosa al punto da destabilizzarci nel vivere la nostra quotidianità.

Nonostante per me questo è stato il più impegnativo di tutti i traslochi precedenti per il notevole quantitativo di cose da spostare, compresi anche molti mobili, fortunatamente mi è successo di affrontare la situazione in maniera molto stancante ovviamente ma comunque poco destabilizzante.

Quindi mi sono domandata il perché questa volta fosse stato diverso dalle altre volte…

Volevo capire perché altre volte ho subito un vero shock nel cambiamento di abitazione ed invece questa volta no, o comunque perché l’ho affrontato molto più serenamente.

“Qualunque cosa la mente umana si trovi a dover comprendere, l’ordine ne è una indispensabile condizione”.- Rudolf Arnheim

Come suggerisce anche il metodo montessoriano, è assolutamente vero che l’ordine delle idee segue e  viene determinato da un preciso ordine delle cose, ma è verissimo anche che l’ordine delle cose procede secondo un preciso ordine delle idee se questo è ben chiaro e consolidato.

Quando si preparano le scatole con anticipo, si tende a incartare gli oggetti di scarso utilizzo. Questo è sicuramente un buon metodo per avvantaggiarsi, ma c’è un problema che tutti quelli che hanno traslocato almeno una volta facendo così conoscono molto bene.

Dopo poco, si raggiuge un tale numero ci scatole che è impossibile ricordare la collocazione di ogni oggetto. Pur scrivendo il loro contenuto, non è possibile riportare sulla scatola il nome di ogni oggetto contenuto all’interno.

Questa modalità produce un caos e una confusione da impedire di avere la capacità di sostenere una mente serena e un ordine di idee cosante. Se questo stato viene prolungato nel tempo abbastanza a lungo, crea una sensazione di stanchezza mentale, di destabilizzazione e di confusione tale da modificare lo stato d’animo e la serenità della persona.

“La natura è ordine e l’ordine è razionalità.” – Aristotele

Personalmente ho resistito all’impulso di fare le scatole per tempo, ho tenuto duro fino all’ultimo senza cedere alla paura di non fare in tempo a fare tutto.

Per prima cosa ho iniziato a liberare e predisporre l’ambiente destinatario ad accogliere tutto ciò che sarebbe arrivato.

Poi è iniziato lo spostamento facendo le scatole cassetto per cassetto, un ambiente alla volta,  cercando di mantenere il più possibile la collocazione originale di ogni oggetto.

Ho cercato in sostanza di avere sempre ben chiaro in mente il contenuto di ogni scatola per ogni cassetto di appartenenza

In somma, appena portato le cose nella nuova casa e rimontato i mobili, le cose all’interno delle scatole erano già presenti nelle rispettive stanze di provenienza e ritrovavano quasi subito la loro collocazione originaria.

“Per essere disordinati bisogna avere molto tempo da perdere”. – Roberto Gervaso

Mi sono chiesta da dove proviene quest’ amore per l’ordine…per le cose fatte in un determinato modo, con un certo rigore di pensiero…

Non sono maniaca dell’ ordine in casa da farla diventare un museo, non ho fissazioni ossessive ed ho addirittura delle cose ancora da sistemare in alcuni scatoloni.

Ma ogni scatola è nella sua stanza di appartenenza, in attesa di ritrovare il suo posto su una mensola da rimontare o su uno scafale ancora da comprare, e so esattamente dove trovare qualsiasi cosa potessi mai cercare.

 “Per aiutare un bambino, dobbiamo fornirgli un ambiente che gli consenta di svilupparsi liberamente” – Maria Montessori

E quindi ho capito, mi sono ricordata le parole del mio professore quando parlava dell’ ambiente Montessori.

Non è il segno d’un carattere sottomesso a una disciplina esteriore, ma piuttosto interiore.

Non è una repressione degli istinti, ma semplicemente un rigore e una precisa sequenza logica delle cose necessarie all’esterno per ottenere una sicurezza e una stabilità all’interno di noi stessi.

L’ordine e il rigore dell’ambiente montessoriano favorisce la costruzione di una maggiore sicurezza che permette ai bambini di essere più coraggiosi, di esplorare e sperimentare cose nuove, di osare di più.

La giusta combinazione di libertà e di responsabilità che fanno di un bambino un futuro adulto socialmente integrato e consapevole del ruolo che ha nella società, sono frutto anche della struttura dell’ ambiente circostante.

“L’amore per l’ambiente non dovrebbe essere solo quello, sottilmente egoistico, che mira a valorizzarlo e a migliorarlo per rendere la vita più piacevole e più sana, ma è un dovere, un imperativo morale di rispetto quasi sacrale per madre natura che crea e nutre tutte le specie, quella umana compresa”  – Umberto Veronesi

In effetti, un bambino che ha avuto modo di sperimentare un ambiente tranquillo, organizzato, ordinato sarà un adulto molto più sicuro di sé, sicurezza determinata da un sottile rigore mentale e logico che da una sana certezza interiore.

Al contrario chi ha vissuto o continua a vivere in ambienti disordinati e confusionari, è molto probabile che siano a loro volta disordinati, e vengano influenzati anche emotivamente da un senso di insicurezza, di precariato e di incertezza.

Questo non significa diventare ossessionati dalla sistemazione della casa o dalle pulizie, ma essere magari attenti che gli oggetti siano sempre al loro posto quando non vengono utilizzati.

Se capita invece di cambiare il posto ad alcuni oggetti presenti in casa e che sono di utilizzo comune, anche i figli dovrebbero essere informati quando decidiamo che questi oggetti debbano essere collocati altrove.

In questo modo, oltre che dare un senso di sicurezza come dicevamo, stimoliamo anche l’apprendimento di una regola non scritta di rispetto e considerazione verso gli atri e si facilita una buona convivenza.

“La mamma ha uno strano concetto dell’ordine: lo confonde con la geometria…. Vuoi mettere che bel colpo d’occhio, dopo che è passata la mamma? Che importa se tu non ci capisci più nulla?”  – Gianni Monduzzi

Inoltre se ci riferissimo ad un ambiente di apprendimento, dovremmo riuscire a renderlo ricco attività che stimolino l’interesse del bambino. I bambini amano sperimentare, imparare nuove cose e sono curiosi per natura, pertanto vanno solo incoraggiati e supportati a condurre le loro esperienza, al contrario di come spesso facciamo.

Ma questo è un altro discorso troppo complesso che merita di essere affrontato in un intero articolo per poter essere approfondito a dovere.

Intanto, potresti raccontarmi qual è il tuo pensiero riguardo all’ambiente o se hai mai sperimentato l’esperienza destabilizzante di un trasloco.

Se invece hai qualche dubbio o  ti serve qualche consiglio su come strutturare l’ambiente per il tuo figlio scrivi pure a bambinoideale@gmail.com per una consulenza personalizzata.

“È il disordine a renderci schiavi. Il disordine di oggi consuma anticipatamente la libertà di domani”. – Henri-Frédéric Amiel

Ordine o disordine… Io sono per un pizzico in più di ordine ma, se ordinare o mantenere ordinato ti stressa al punto di compromettere una sana convivenza, forse è meglio tollerare un pò di disordine e godersi magari qualche uscita in più da condividere con la tua famiglia.

Nessun eccesso fa bene e nessuno ha la risposta certa o la verità in tasca. La creatività a volte nasce dal disordine e le nostre necessità sono tutte soggetive.

Spero però che tu possa prendere qualche spunto per donare qualcosa di veramente importante a te stesso e al tuo figlio, un pò di serenità in più.  A presto!

SCUOLA IDEALE- LA TERZA VIA

SI ESISTE, E’ LA TERZA VIA

la terza via

LA TERZA VIA

Oggi vorrei presentarvi una terza via,un nuovo modo di relazionarsi, al contrario di ciò che per millenni abbiamo conosciuto, un’unica modalità.

Siamo stati conquistatori e accumulatori di ricchezze, con esiti devastanti evidenti a tutti, individuabili persino  da chi come me, prova una certa avversione per la storia.

Non ci tengo particolarmente che tu sia d’accordo con il mio punto di vista, ma non puoi negare che da sempre nella storia dell’umanità  c’è stata una violenza e una crudeltà che non esiste in nessun’altra specie presente in natura.

Quello che io in realtà odio è, si la crudeltà contenuta nelle azioni accadute in passato, ma ancor di più le bugie contenute nella storia raccontata. Siccome la storia è una raccolta di fatti accaduti e magari edulcorati dalle più disparate giustificazioni, è soprattutto una insieme di fatti raccontati da persone e pertanto subiscono inevitabilmente la soggettività di chi li descrive.

“Ogni paese della terra è aperto all’uomo saggio: perché la patria dell’uomo virtuoso è l’intero universo” -Democrito

Mai come nell’ultimo secolo siamo stati noncuranti delle conseguenze del nostro “progresso” e degli effetti del nostro agire, però non era di questo che volevo parlare… Abbiamo rimasto però poche scelte possibili riguardo il nostro futuro su questo pianeta… ce lo dimostra la nostra storia in diretta, lo svolgimento dei fatti di attualità.

La verità è che tutto è compromesso, ogni settore ha grossi problemi strutturali, con grosse difficoltà di ogni tipo, quindi dovremmo sentirci un po’ richiamati all’ordine, a quell’etica originale di rispetto verso la natura e verso tutto ciò che essa ospita, compreso l’essere umano.

Non si possono attuare dei cambiamenti, inventando nuove regole o nuove leggi, pretendendo di non cambiare nulla del nostro modo di essere e di interagire con gli altri. Quindi credo che sia sempre da qui che dovremmo ripartire, perciò anche, e soprattutto, con l’educazione e con l’insegnamento.

“Ogni progresso è dovuto agli scontenti. Le persone contente non desiderano alcun cambiamento.” -Herbert George Wells

Voglio credere che non tutto è perso, perlomeno non ancora… Credo fortemente che possiamo ancora cambiare qualcosa, cercare di invertire la rotta. Solo grazie ai nostri bambini potremmo avere ancora una speranza per il futuro.

Quando non subiscono i condizionamenti e i pregiudizi degli adulti, loro agiscono in maniera diversa dalla nostra, essendo già “tarati” su una visione rispettosa della vita e dell’alterità.  Infatti, loro riconoscono l’alterità come fonte di nuove esperienze, come opportunità di arricchimento culturale, come opportunità di crescita personale e non come origine di contrasti e disuguaglianze come invece capita a noi adulti.

“La grande disgrazia, l’unica disgrazia di questa società moderna, la sua maledizione, è che essa si organizza visibilmente per fare a meno della speranza come dell’amore; immagina di supplirvi con la tecnica, aspetta che i propri economisti e i propri legislatori le forniscano la doppia formula di una giustizia senza amore, di una sicurezza senza speranza.” – Georges Bernanos

Pertanto dovremmo cercare il più possibile di non nuocere nella loro spontanea crescita naturale, con le nostre convinzioni e con i nostri interventi educativi.

Possiamo migliorare l’essere umano solo attraverso l’educazione, invece la “ri-educazione” è decisamente più complicata. Di conseguenza si può creare una nuova società solo partendo  da un diverso approccio alle nuove generazioni, ma sicuramente soltanto partendo e passando prima per noi stessi.

Vedo quanto sono complicate le relazioni con i bambini e vedo una vita difficile per molti adulti.  Vedo bambini sofferenti a scuola, ragazzi depressi e delusi dagli adulti, vedo genitori disperati e sofferenti per il rapporto che hanno con i propri figli.

Vedo le aziende con il personale ribelle e ostile nei confronti dei datori di lavoro, vedo adolescenti senza più speranze nel futuro. Vedo malessere nelle scuole, e non parlo solo di alunni. Nelle scuole stanno male tutti… per primi i ragazzi costretti a subirla senza altra scelta, d’altronde sono obbligati ad andarci.

Ma a scuola appunto stanno male tutti, stanno male anche i professori. Insegnanti che hanno difficoltà a farsi ascoltare, senza strumenti per contenere i gruppi, alle prese con i genitori e con la burocrazia… che molto si lamentano, ma che non vogliono cambiare nulla del loro operato.

“Il futuro contiene quel che si teme o quel che si spera; dunque secondo le intenzioni umane, qualora non le si frustri, contiene solo quel che si spera.”- Ernst Bloch

E poi ci sono loro, gli angeli delle nostre scuole.  Sono insegnanti volenterosi e con un’ardente desiderio di cambiamento. Sono quelli che quotidianamente muoiono di frustrazione.

La giornata a scuola è una lunga agonia per la rabbia che non possono esprimere, per una voglia di innovazione che non ha spazio in un ambiente chiuso su se stesso, pieno di procedure opprimenti, che vuole continuare con il “si è sempre fatto così”.

Ecco io mi rivolgo a te, se fai parte di questi angeli, faticando tutti i giorni a sopportare l’insopportabile. Vorrei davvero aiutarti… vorrei che mi permettessi di ricordarti che, anche quando sei stremato, frustrato, abbattuto e demotivato perché ti senti solo contro tutti solo perché sei una minoranza, non sei solo…

Con questi miei articoli voglio restituirti delle riflessioni che possono servirti come boccata d’ossigeno nelle giornate più difficili, oppure che ti diano spunti e coraggio per comunque continuare. Ti suggerisco alcuni ambiti fondamentali nei quali dovremmo provare insieme ad operare:

  • Migliorare la comunicazione

Solitamente usiamo la comunicazione del tipo passivo/aggressivo  in tutti i contesti. In famiglia, al lavoro, a scuola utilizziamo formule vincitore/ perdente, alternandoci nei vari ruoli di vittima e carnefice.

Può capitare che più subbiamo il ruolo di vittima ad esempio al lavoro, più adottiamo il ruolo di carnefice in famiglia. Oppure ci cuciamo addosso un vestito personalizzato convincendoci di avere il carattere debole o forte, in base al nostro modo prevalente di affrontare le divergenze.

Nessuno penso che ami sentirsi vittima e subire l’atteggiamento o le parole offensive degli altri. Il problema è che per subire un atteggiamento offensivo non si devono ricevere necessariamente degli insulti.

Quando non ci sentiamo capiti, quando ci sentiamo giudicati o ci sentiamo costretti dai sensi di colpa ad agire in un determinato modo è sempre una violenza che subiamo e che, nel tempo, genererà inevitabilmente frustrazione e rabbia.

Per combattere questo senso di impotenza e la frustrazione derivante, impariamo ad essere aggressivi a nostra volta, a rispondere con le stesse modalità violenti.

Ecco fatto, è pronto il gioco di violenza, con la stessa persona in momenti differenti quindi si alternano i ruoli di vittima/ carnefice, oppure con alcuni si subisce e poi ci si vendica prevaricando su altri.

“La differenza tra una richiesta e una pretesa non sta nel fatto che una è formulata in modo gentile e l’altra in modo brusco. La differenza sta nel modo in cui la persona che fa la richiesta tratta l’altra persona nel caso in cui essa non risponda positivamente.”– Marshall B. Rosenberg  

Siamo sicuri che non è possibile una terza via? Non potremmo invece allenarci all’utilizzo di una comunicazione non violenta e ad un nuovo modo di vivere tutte le relazioni, sia in ambienti domestici che formali?

La terza via propone un tipo di comunicazione dove tutti sono soddisfatti, dove tutti sono capiti nei loro bisogni, dove tutti cercano anche di soddisfare i bisogni altrui  e dove nessuno obbliga gli altri attraverso manipolazioni, costrizioni o punizioni.

  • Aumentare la consapevolezza

Tutti noi siamo il risultato delle nostre esperienze. A tutti purtroppo è capitato di vivere qualche  esperienza dove ci si è sentiti un po’ umiliati, derisi o non amati come avremmo voluto.

Queste esperienze possono aver provocato delle ferite e livello emotivo che vanno scoperte, riconosciute e curate. Moltissimi adulti restano ad un livello emotivo immaturo, di reazione e di sottomissione  alle emozioni.

Il risultato di queste esperienze nel tempo è una perdita di gioia e di fiducia negli altri e nella vita. A causa di questo si può reagire in vari modi a seconda del carattere del soggetto, ad esempio fuggendo dalla realtà attraverso isolamento o le dipendenze.

Oppure ci si può arrendere, sottomettendosi e deprimendosi, oppure sposare l’aggressività come migliore strumento di difesa e usando crudeltà e sopraffazione.

“Nella consapevolezza non c’è divenire, non c’è nulla da guadagnare. C’è un’osservazione silenziosa senza scelta, senza condanna, da cui scaturisce la comprensione.” – Krishnamurti

Possiamo infatti allenarci alla consapevolezza attraverso le varie attività che svolgiamo quotidianamente, e attraverso la presa di coscienza delle proprie modalità e schemi personali. Se necessario, chiedendo aiuto a chi può sostenerci nei momenti più difficili.

La terza via propone di migliorare la consapevolezza attraverso la presenza responsabile nelle azioni quotidiane. Incentivare le attività che appagano mente, corpo e anima e cercare il più possibile di capire i propri schemi mentali e le ragioni delle proprie azioni.

  • L’accettazione

Abbiamo tutti un po’ sofferto la scarsità e pur con ottimi genitori, a volte anche emotiva, salvo pochissimi più fortunati. Questo non vuole assolutamente dire che i nostri genitori non sono stati amorevoli con noi o che non abbiano fatto del loro meglio per crescerci nel migliore dei modi.

Basta però così poco per non sentire pienamente soddisfatti i propri bisogni e quindi sperimentare delle vere e proprie mancanze. Non riuscire a sperimentare abbondanza ci rende poco disponibili ad accettare gli altri o soddisfare le loro necessità.

“Accettare l’altro così com’è, è veramente un atto di amore; sentirsi accettati significa sentirsi amati.”- Thomas Gordon

Possiamo invece coltivare l’ amore ed il rispetto ritrovato per noi stessi, che ci permette di accogliere  meglio anche quello per le persone che ci stanno attorno. Pertanto saremmo più propensi ad accogliere i bisogni degli altri una volta che lo avremmo fato per noi stessi.

Anche quando le nostre necessità sono già state ascoltate e soddisfatte, quindi, senza giudizio possiamo capire le ragioni dell’altro e sperimentare più empatia.

“La speranza ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per la realtà delle cose, il coraggio per cambiarle.” – Agostino d’Ippona

Abbiamo validi  esempi di personalità di spicco in tutti i campi che hanno parlato di possibili scelte differenti e suggerito delle alternative, come lo psicoterapeuta  Carl Rogers, lo psicologo statunitense Marshall B. Rosenberg, la pedagogista e neuropsichiatra Maria Montessori, l’educatore e sociologo Danilo Dolci e moltissimi altri ancora.

Pensi di poter modificare alcune delle tue abitudini nel definire quali possono essere delle nuove modalità da adottare affinche i tuoi alunni siano felici di collaborare e di apprendere?

Racconta pure la tua esperienza se ti va, infatti mi piacerebbe se la riportassi nei commenti. Grazie!

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A presto!

SCUOLA IDEALE -BAMBINI MALEDUCATI

bambini maleducati

SCUOLA IDEALE -BAMBINI MALEDUCATI

Già, proprio così, moltissimi bambini sono maleducati!

Abbiamo le scuole piene di bambini mal-educati, ed è tutta colpa dei genitori…  Questo è un pensiero molto diffuso ed in un certo senso è veritiero.

Non importa però a nessuno che a nostra volta è quello abbiamo imparato dai nostri genitori attraverso il modo in cui ci loro hanno educati. Non importa se conosciamo solo questo ed è esattamente quello che oggi mettiamo in pratica con i nostri figli…

Poco importa che nessuno si preoccupa di insegnare ai genitori diversi metodi educativi o di accrescere la loro consapevolezza di quello che comporta il ruolo che rivestono.

“I nostri genitori sono i nostri primi insegnanti, ma non sempre sono i migliori.” – Leo Buscaglia

Dato che i bambini sono visti spesso come dei vasi vuoti da riempire, non appena pronunciamo la parola educazione, ci viene in mente subito che educare un bambino voglia dire insegnargli il rispetto delle regole.

In effetti è esattamente questo che i genitori iniziano a fare appena possibile. Si dedicano a pieno ritmo al loro ruolo e con tutte le risorse a loro disposizione.

Impartire lezioni, distribuire consigli, insegnare regole, addomesticarli in modo da farli somigliare il più possibile al proprio bambino ideale, ma anche all’ideale della società di appartenenza, diventano così l’occupazione principale della maggioranza degli adulti.

È piuttosto deprimente vedere come, nella maggioranza dei casi, non siamo in grado di vedere il loro potenziale enorme, il loro seme interiore pronto a germogliare. Crediamo di doverli riempire dei nostri valori, della cultura della nostra famiglia e delle abitudini della nostra società.

“Una volta entrati nel sacro regno del ruolo genitoriale, si pensa di dover indossare la tonaca di genitore. In buona fede si assumono certi comportamenti perché si crede che i genitori debbano comportarsi così.” – Thomas Gordon

Il problema è che se non fai così come fanno tutti, sei automaticamente un pessimo genitore.  Di norma, se il processo di addomesticamento è mal riuscito, emerge subito quando si inizia a portate i bambini a scuola, e porta con se le critiche degli insegnanti e un senso di inadeguatezza nel proprio ruolo di genitore.

Già, perché anche la maggior parte delle scuole sono per lo più concentrate a immettere nel bambino nozioni, abilità, competenze e apprendimenti.

Il problema è che siamo tutti un pò dei pasticcioni indecisi.

Affermiamo ad esempio a gran voce  l’importanza dell’autonomia nei ragazzi, chiedendo in effetti a loro di essere autonomi, ma anche ubbidienti, quindi che facciano ciò che noi adulti abbiamo deciso che loro debbano fare.

“L’uomo è l’unico animale che non accetta di essere ciò che è” – Albert Einstein

Questo modello di educazione e di istruzione, molto diffuso nell’ ultimo secolo, riflette una società di stampo comportamentista.

Come molti sanno, gli esperimenti di Pavlov a partire dal 1903, hanno dimostrato che si possono influenzare i comportamenti in base a determinati stimoli.

Nonostante l’aspetto etico ampiamente discutibile se lo si applica al genere umano, è comunque il modello tuttora prevalentemente utilizzato nelle nostre scuole.

Molti di noi siamo cresciuti così e di conseguenza riproponiamo semplicemente le stesse modalità che abbiamo appreso, per evitare che i nostri figli diventino dei veri maleducati, anche agli occhi degli altri.

Pertanto non ha senso biasimarsi, dato che non si conoscevano altre alternative. L’importante è che adesso tu sappia che sei sempre in tempo ad imparare delle modalità differenti.

“Sapete che cosa vi hanno fatto i vostri genitori? Il meglio che potevano fare. Il meglio che sapevano fare, molto spesso l’unica cosa che sapevano fare.” – Leo Buscaglia

Utilizziamo i premi e le punizioni, i regali e i castighi e a scuola le faccine, in base al fatto che soddisfino o meno le nostre aspettative. Addirittura agli insegnanti viene in aiuto anche la psicologia che propone le varie tecniche, come ad esempio i gettoni della Token Economy.

Nella mia esperienza personale, purtroppo per mio figlio, anche io ho adottato lo stesso sistema educativo fondato sul condizionamento e sul potere. È talmente radicato nella nostra cultura, che tuttora sono tentata a volte di servirmene e quindi devo operare uno sforzo notevole per astenermi.

Dal suo utilizzo un risultato è garantito, cioè la loro perdita di fiducia immediata. È una relazione ineguale dove c’è chi vince e c’è chi perde, chi comanda e chi esegue, chi impone e chi obbedisce.

Quando questo non succede, perché i figli, gli alunni, i ragazzi non rispondono come vorremmo, gli adulti si sentono insultati, non rispettati, pervasi da un senso di rabbia, frustrazione, di dispiacere o d’impotenza.

“La scuola può essere una fabbrica criminale.” Danilo Dolci

Conoscendo in prima persona il risultato deleterio di questo metodo, ma anche il risultato che si ottiene quando cambiamo modalità, posso garantirti che vale assolutamente lo sforzo di provare a cambiare.

Abbiamo bisogno di riconoscere e rispettare la natura dei ragazzi, di incentrare il rapporto tra adulto e bambino su una base paritaria e di utilizzare una comunicazione non violenta.

Cambiando il nostro modo di comunicare otterremo una relazione di fiducia, dei bambini sereni e sicuramente non maleducati, naturalmente propensi ad ascoltarci e a prenderci come modelli da imitare.

Uscendo dal ruolo di superiorità data semplicemente dal essere l’adulto, si entra in un rapporto paritario con una conseguente perdita di potere sul bambino. È decisamente un ruolo più scomodo per l’adulto, ed anche più impegnativo.

Ma, se sei ancora qui a leggere fino a questo punto, vuol dire che anche tu senti l’ urgenza di un cambiamento, che hai la voglia e l’umiltà di metterti in gioco e di lavorare per un sistema che permetta al bambino ad appassionarsi a ciò che studia e di creare delle relazioni autentiche.

“Occorre liberare il fanciullo dalla schiavitù inconscia che reprime le sue migliori energie, preparando un nuovo mondo per lui.” – Maria Montessori

Ispirandoci infatti a Maria Montessori possiamo individuare alcuni accorgimenti relativamente semplici da attuare, ma che possono fare un’enorme differenza sia in casa che nelle scuole. Leggi qui per leggere e imparare un segreto sulla comunicazione.

Troppe volte non ci accorgiamo nemmeno, ma ai nostri ragazzi manchiamo di rispetto. Parlo di tutte le volte che non li ascoltiamo attentamente, che reputiamo poco importante ciò che hanno da dire.

Quando diciamo loro che ora non c’è tempo, quando non ascoltiamo i loro bisogni, il messaggio che ricevono è che ciò che loro dicono non è importante, che quindi loro non sono importanti.

In famiglia, ma anche a scuola è indispensabile “perdere del tempo” per permettere ai nostri ragazzi di sentirsi rispettati.

“Nulla è più spregevole del rispetto fondato sulla paura.” – Albert Camus

Per non parlare della scarsa fiducia che spesso dimostriamo loro.

Aiutami a fare da solo, concetto celebre di M. Montessori, implica che gli adulti abbiano fiducia nelle capacità dei ragazzi di trovare le giuste soluzioni e di portare a termine le loro personali sperimentazioni nel  migliore dei modi.

Ogni volta che agiamo al loro posto o ci sostituiamo a loro offrendo le nostre soluzioni,  invece di essere solo un incoraggiamento o essere un semplice supporto in caso di difficoltà, in pratica diciamo loro che non valgono, che non sono capaci.

“Pochi riescono a dare vera fiducia, questo fa che pochi siano amati.” – Guido Ceronetti

La libertà di scelta è una modalità che per alcuni non è nemmeno concepibile integrarla in un metodo educativo efficace, convinti che favorisca l’insorgere di attegiamenti maleducati.

Potremmo tutti invece esercitarci ad accompagnarli semplicemente ad un bivio, suggerire delle domande senza indicare le nostre giuste risposte, o peggio ancora pretendere che le apprendano.

Potremmo aspettare la loro scelta resposabile e dare loro il diritto all’errore. Solo in questo modo possiamo sperare di facilitare la formazione di una sana personalità e del pensiero critico.

La libertà di scelta è un bene inestimabile a tutte le età e nessuno dovrebbe mai sentirsi autorizzato in nessun modo di imporsi con la forza su un altro essere umano.

“L’uomo deve scegliere. In questo sta la sua forza: il potere delle sue decisioni.” – Paulo Coelho

Pensi di dover cambiare qualcosa da oggi in poi, di dover modificare alcuni aspetti del tuo approccio educativo o nel tuo metodo d’insegnamento?

Vorrei conoscere le tue riflessioni o la tua personale esperienza, quindi mi piacerebbe se la riportassi nei commenti. Grazie!

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A presto!

GENITORE IDEALE –AMARE LA DIVERSITÀ DI TUO FIGLIO

 

Diversità, si possono imparare ad amare le diversità in tuo figlio?

Pur cercando la conformità, la diversità è ovunque, è tutta intorno a noi ed è l’unica cosa che ci accomuna tutti quanti.

E, direi meno male che siamo tutti un pò diversi, altrimenti vivremo in un mondo di manichini.

Nonostante siamo tutti diversi è naturale voler assomigliare agli altri, per un bisogno primario dell’essere umano di sentirsi parte di un gruppo.

“Dio ha fatto gli uomini diversi fra loro perché potessero meglio conoscersi.” – Roberto Gervaso

Il bisogno sociale è uno dei bisogni fondamentali. Essere riconosciuti dai propri simili, provare senso di appartenenza e ricercare sintonia e accettazione è uno dei bisogni primari dell’ essere umano.

Perciò è più che normale voler aderire a pensieri comuni, visioni o credenze comuni, che inevitabilmente ci fanno sentire simili e, di conseguenza, accettati dagli altri.

Inoltre, è difficile sfidare le credenze condivise perché spesso si tende a scambiarle per verità assolute.

“Nella civiltà occidentale contemporanea, l’unione col gruppo è la maniera più frequente per superare l’isolamento. È un’unione in cui l’individuo si annulla in una vasta comunità, e il suo scopo è quello di far parte del gregge. Se io sono uguale agli altri, sia nelle idee che nei costumi, non posso avere la sensazione di essere diverso. Sono salvo: salvo dal terrore della solitudine.” – Erich Fromm

Quando si tratta di educare i nostri figli però, potremmo avere qualche problema.

Il bisogno di omologare i nostri figli , o anche il tipo di educazione che si impartisce, rischia di non tenere conto delle regolari diversità di ogni bambino.

È tendenza comune voler adeguare tutti i bambini a degli standard comuni. In base all’età “devono” saper fare cose, essere in un determinato modo ed aver acquisito specifiche capacità.

Questo articolo serve per farti riflettere sulle tue azioni, impiegate quotidianamente nell’omologare  e rendere il tuo bambino più somigliante possibile al tuo bambino ideale, ma anche agli altri bambini,  al punto di annullare a volte la sua naturale diversità.

Se proseguendo con la lettura ti renerai conto di averlo fatto, è importante non accusarti o giudicarti, ma semplicemente iniziare ad applicare un modo diverso da quello adottato finora.

La diversità fa paura a tutti e tu non sei immune più di altri. Sicuramente tuo figlio ti perdonerà, perciò perdonati anche tu per primo e fai del tuo meglio da ora in avanti.

“È tempo per i genitori d’insegnare ai giovani che nella diversità c’è bellezza e c’è forza.” – Maya Angelou

Tu hai dentro di te la tua forza, e la tua guida interiore sa quello di cui il tuo bambino ha bisogno. Tu sai riconoscere meglio di chiunque altro le sue personali abilità, la sua unicità e i suoi punti di forza.

Il tuo bambino ha solo bisogno di essere visto per quello che è.

Ha bisogno di essere sostenuto da te, la sua principale figura di riferimento, e di non essere inibito, in modo che lui possa essere accompagnato e guidato alla sua autorealizzazione.

A volte riteniamo troppo scontati i talenti dei bambini e il loro temperamento individuale, e troppo spesso puntiamo il dito sulle loro debolezze.

Insistiamo nel farli diventare “bravi” in tutto, indirizziamo le loro energie sul recupero anziché sul potenziamento.

“È necessario cogliere negli altri solo quello che di positivo sanno darci e non combattere ciò che è diverso, che è “altro” da noi.” – Nilde Iotti

Dovremmo saper guardare alle debolezze come a quelle caratteristiche che non ci appartengono, come una tartaruga che non fa staffette, come un pesce che non vola, come una mucca che non fa le uova.

Se un bambino nasce biondo e non bruno è per te forse un problema?

Allo stesso modo, per qualcuno diventa un dramma dover fare dei calcoli, come per te dover cambiare la gomma dell’auto, per altri è una noia mortale il cucito o stirare, per altri ancora fare puzzle, rebus e persino cantare o disegnare.

“Un tulipano non si preoccupa d’impressionare nessuno. Non lotta per essere diverso da una rosa. Non ne ha bisogno. È diverso. E nel giardino c’è spazio per ogni fiore.” – Marianne Williamson

La natura è perfetta… allora perché darci talenti che non combaciano con il nostro progetto oppure darci solo debolezze di cui non ce ne facciamo nulla?

Perché dovrebbe essere un problema il fatto che si è più portati per una cosa piuttosto che per un’altra?

Questo non vuol dire che non possiamo o non dovremmo imparare un pò di tutto, anzi. Soltanto che questo desiderio deve poter nascere spontaneamente nell’animo di ognuno.

Se il bambino non si è sentito represso, non è stato sminuito, se ha potuto mantenere elevata la sua innata autostima, liberamente cercherà di migliorarsi, di maturare e di conoscere sempre di più cose.

“Il rispetto è l’apprezzamento della diversità dell’altra persona, dei modi in cui lui o lei sono unici.” – Annie Gottlieb

Dovremmo imparare proprio da loro. I nostri bambini sono i migliori maestri per quanto riguarda l’accettazione della diversità e il rispetto dell’ alterità. Basta guardarli mentre giocano con bambini sconosciuti solo fino a un minuto prima.

Loro non si giudicano, non si paragonano, non si commentano, sono loro stessi e sono sereni. Invece noi sappiamo molto bene che per noi adulti, e tra adulti, non è sempre così.

Succede spesso a scuola, ma succede purtroppo anche a casa. Paragoni con altri compagni o con i fratelli, ricatti o punizioni per ottenere che facciano come vogliamo noi, indurre sensi di colpa per non averci assecondati, giudizio costante sulle loro azioni, poca empatia, etc. creano indicibili danni all’autostima dei bambini.

Loro per natura sono collaborativi, ma il nostro imporci su di loro, farli sentire sbagliati, rende tutto più difficile, creando opposizioni e capricci, trasgressioni alle regole.

“Più si è intelligenti, più si scopre che ci sono uomini originali. La gente comune non trova differenze tra gli uomini.” – Blaise Pascal

Accettare la diversità di ognuno, l’unicità come dono, le peculiarità come caratteristiche apprezzabili, aiuterà tuo figlio a sviluppare una solida autostima e a sentirsi accettato molto di più di quanto possa farlo l’omologazione.

Il bisogno dell’autorealizzazione attraverso l’identità, l’autonomia e l’autostima è un bisogno superiore nella scala di Maslow  rispetto al bisogno di riconoscimento e dell’accettazione sociale.

Anzi è il bisogno più alto in assoluto, quello più maturo e caratteristico delle società e delle persone più evolute.

“Frequentare persone diverse da noi non allarga i nostri orizzonti; serve solo a confermarci nell’idea di essere unici.” – Elizabeth Bowen

L’accettazione e il rispetto per la sua diversità, come quella di chiunque altro, lo tiene al riparo dal bisogno di approvazione e riconoscimento esterno.

In pratica, gli stai insegnando di divenire ciò che già è, che essere se stessi e volersi realizzare, volersi autonomamente migliorare è più importante che conformarsi agli altri e far parte di un gregge per poter esistere.

“La bellezza non risiede nell’uguaglianza, bensì nella diversità.” – Paulo Coelho

Non per ultimo, gli insegnerai così la tolleranza e la capacità di accogliere l’altro. Devo correggermi, in realtà non glielo dovrai insegnare dato che è già innata dentro di noi, ma semplicemente contribuirai a mantenerla viva e concreta nella sua vita.

Se è vero che la poca tolleranza verso la diversità è una delle primarie fonti di infelicità e di conflitti, con un simile modo di essere nei suoi confronti avrai certamente contribuito alla sua futura felicità.

Mi piacerebbe conoscere le tue riflessioni o la tua personale esperienza, quindi vorrei che la riportassi nei commenti qui sotto. Grazie!

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A presto!

SCUOLA IDEALE  – Inclusione e disabilità

 

disabilità e inclusione

SCUOLA IDEALE  – INCLUSIONE E DISABILITA’

Se ne parla di continuo ovunque, la scuola dovrebbe essere una scuola più inclusiva. I ragazzi con disabilità rischiano molte volte di essere esclusi o comunque di vivere delle esperienze poco piacevoli. Nonostante le politiche inclusive, a volte c’è poca vera inclusione.

In base al tipo di disabilità, i problemi possono essere diversi, ma tutti ugualmente portatori di situazioni complesse.

Problemi di apprendimento, problemi di adattamento ai vari ambienti, scarsa possibilità di coinvolgimento in alcune attività o problemi per limitazioni di movimento, oppure problemi emotivi e di socializzazione, queste sono solo alcune delle difficoltà che questi bambini devono affrontare quotidianamente.

“Questi bambini nascono due volte. Devono imparare a muoversi in un mondo che la prima nascita ha reso più difficile. La seconda dipende da voi, da quello che saprete dare.” – Giuseppe Pontiggia

Se già la vita scolastica è complicata per molti bambini “normali”, tutto questo aggiunge ulteriore difficoltà ai ragazzi portatori di un qualsiasi handicap.

Cosa possiamo fare per rendere la loro esperienza di vita più serena possibile, per renderli più indipendenti, per crescere dei futuri adulti emotivamente sani e che trovino il loro posto nel mondo? Cosa sarà di loro, dopo di noi?

Ecco alcune domande che tormentano i genitori di bambini che, per qualche motivo, la vita ha dato loro questo gravoso compito, di farcela con più difficoltà di altri…

“L’angoscia del futuro, non abbandona mai chi ha un figlio disabile.” – Giuseppe Pontiggia

Ma cosa va fatto in sostanza per aiutarli davvero a vivere una vita appagante e soddisfacente il più possibile?

È un percorso lungo e a volte complicato, dato che coinvolge oltre le persone significative, anche quelle che fanno parte della loro vita pur entrando in contatto solo per poco tempo.

Possiamo solo dire che il modo in cui si sviluppa l’esperienza scolastica può essere determinante per il futuro e per il benessere di tutti i bambini e ragazzi, con la differenza che per un disabile c’è il reale rischio che si trasformi con più frequenza in un’esperienza di insuccesso.

“Molte volte il disabile è commiserato e con ciò discriminato proprio da quelli che hanno paura di riconoscersi in lui, direttamente o indirettamente.” – Giuseppe Pontiggia

Vorrei invece farvi conoscere una bella storia realmente accaduta. Una storia che racconta di quando l’inclusione riesce, di quando la scuola ce la fa… Riporto integralmente il testo di Enrica Bailo e dell’esperienza di sua figlia Gaia:

«Andrà tutto bene, stia tranquilla!»
 E così fu, in effetti. Quelle cinque parole, proferite dalla preside della scuola primaria, erano il presagio di un’esperienza meravigliosa che ancora oggi ricordo con commozione.

Attraversavo la piazza, chiacchierando con Paolo, mio marito, quando incrociai la Preside. Forse le bastò un’occhiata, chissà. Quella frase e quel sorriso sono stampati nella mia mente, archiviati tra i gesti più significativi che hanno accompagnato il cammino di Gaia in quella scuola. Ricordo il primo giorno della prima elementare; pioveva a dirotto, ci sentivamo spaesati, impauriti, infreddoliti dentro e fuori. Abbandonavamo le certezze della scuola dell’infanzia, pur con le difficoltà e le incomprensioni degli ultimi due anni, e approdavamo in un porto che non conoscevamo. Quel primo giorno le maestre del modulo avevano organizzato un percorso di accoglienza per i bimbi nel cortile della scuola. I genitori, in gruppo, seguivano il corteo dei piccoli incuriositi, divertiti, affascinati. Noi restavamo un po’ in disparte: non conoscevamo nessuno e temevamo gli approcci.

Noi eravamo i “diversi”, o almeno questo era ciò che avvertivamo in quegli istanti. In realtà, oggi so che gli altri erano diversi, gli altri sono diversi. Perché gli altri sono normali, perché gli altri possono e sanno difendersi, dichiarare un disagio, manifestare dei bisogni dopo aver imparato a riconoscerli. Noi no, Gaia no. Forse è questa la paura più grande, amica intima del nostro quotidiano che non ci vuole mai abbandonare, non ci permette di fidarci mai di nessuno in modo totale ed esclusivo. Gli altri sono diversi nella loro normalità, ma il percorso tracciato sapientemente da una dirigente, che in origine era stata una insegnante di sostegno – una delle prime – che ha saputo “costruire” la classe sulle esigenze particolari di mia figlia, ha piallato queste diversità, permettendo a Gaia di godere dei benefici legati all’insegnamento, ricevendo stimoli e accendendo una naturale curiosità. E ha permesso agli altri, ai normali ma diversi, di godere di Gaia, di tutto ciò che mia figlia può donare, in modo spontaneo e generoso. L’inclusione non rimane una parola del dizionario se è strutturata collaborando fattivamente allo scopo del benessere di tutti.

Questo implica mettersi in gioco, sia come genitori speciali che come genitori normali. Perché, alla fine, non deve esistere rigidità nello sviluppo dei programmi ministeriali. Ho sempre avuto timore di disturbare una evoluzione ordinata e ordinaria, a causa delle difficoltà oggettive di mia figlia. Il mio approccio alla scuola non è mai stato esigente o prepotente, quanto di collaborazione attiva e fattiva. E ho imparato, nel corso degli anni, che l’opera non è mai terminata, che la costruzione è quotidiana e si basa su dialogo e disponibilità, non solo da parte del personale della scuola.

E ho portato avanti questa esperienza, maturata nei cinque anni della primaria, andando a cercare chi, nella scuola media, ora definita secondaria, potesse garantirmi il prosieguo di un cammino che, pur negli ostacoli, doveva permettere una crescita, tanto di mia figlia, quanto dei suoi compagni di classe, quanto di noi genitori. Qualcuno mi ha obiettato che sono stata fortunata, che non è facile. È pur vero, ma è altrettanto vero che non mi sono fermata alla prima proposta, al primo colloquio, alla prima visita. Ho girato, osservato, studiato. E ho scelto. Non ho scelto per me, in funzione della mia comodità; ho scelto ciò che ho reputato fosse il meglio per la Princi, anche se questo ha comportato abbandonare tutti i compagni di classe, affrontando una scuola dove una sola amica, omonima tra l’altro, l’ha seguita.

Ancora una volta, però, la decisione è stata la migliore, ancora una volta la diversità degli altri è stata fusa con la normalità di Gaia, ancora una volta mia figlia non è stata vissuta, né vista, come un impiccio, un ostacolo, un peso da sopportare. Né i compagni di classe, né gli insegnanti, né i genitori, né i collaboratori scolastici hanno mai pensato di approcciarsi con fastidio alla Princi. Lasciarla a scuola ogni mattina è una prova ardua da superare: cedere all’istinto di protezione sarebbe più semplice che non affrontare il dubbio di lasciarla in mani altrui. Quello che è fondamentale, però, è il suo benessere; e il suo benessere si alimenta nelle azioni quotidiane, nell’affetto dei compagni, che a ricreazione la portano a spasso a turno, spingendo la carrozzina, che all’arrivo in classe la salutano festosi in coro, negli stimoli che insegnante di sostegno, assistente alle autonomie e tutto il personale docente e non sa darle, regalandole emozioni e permettendole di aprire cassetti che, diversamente, rimarrebbero chiusi.

E mi accade di restare senza parole, davanti a manifestazioni spontanee e impreviste: il ragazzo che, pur in palese ritardo sull’orario di ingresso, entrando trafelato e scorgendola, sosta da lei per un saluto, o il vice preside che mi propone una gita sciistica e, alla mia opposizione «se non ci sono le condizioni, mia figlia resta a casa senza alcun problema», sorridendo pacatamente afferma: «sto organizzando le cose in modo che Gaia possa provare a scivolare con un maestro specializzato; io porto tutti. Se non ci sono le condizioni per Gaia non ci sono per nessuno!».

Spesso mass media e social urlano al mondo l’insoddisfazione per la scuola che non funziona. Non conosco in dettaglio la famosa “Buona scuola”, non è mio compito addentrarmi in scelte normative che a qualcuno piacciono e ad altri non garbano. Io cerco le persone, perché la scuola è fatta da persone per le persone; la scuola, come qualsiasi attività concernente l’ambito dello sviluppo e della cura degli esseri umani, deve basarsi sulla passione, più che sulla professione. E le persone che cerco, e che finora ho trovato, rispondono a tali requisiti. E lo dico con orgoglio e grande soddisfazione perché mi piace dichiarare al mondo che la scuola funziona se chi la vive è animato dalla passione. E sono tanti, fortunatamente.

Ora sono scesa nuovamente in pista per cercare una soluzione che permetta a Gaia di proseguire il cammino. Ero convinta di dover smontare “dall’autobus scuola” e intraprendere il percorso del centro diurno. Visitando un istituto superiore, e dialogando con la vice preside che lo dirige, mi sono piacevolmente ricreduta. Ogni remora è crollata nel momento in cui, con grande intensità, la vice preside ha affermato: «Signora, sua figlia ha tutta la vita da trascorrere in un centro diurno; permettiamole di diventare grande!»

Quando ho letto la lettera di questa mamma, mi sono profondamente emozionata. Era mia intenzione scrivere un articolo sull’inclusione, ma ho pensato che non avrei mai potuto trasmettere delle emozioni in un modo migliore di chi, come lei le ha vissute realmente. Pertanto l’ho contattata e le ho chiesto il permesso di riportavi la sua esperienza.

Nessuno meglio di chi ha vissuto in prima persona un’esperienza positiva, può essere un messaggio di speranza per quelli che si preparano a vivere una situazione simile, con disperazione.

Mi rivolgo ai genitori, che doverbbero scegliere la scuola con cura, non fermandosi alla scuola di quartiere, se questa non è la migliore per il proprio figlio. Ma soprattutto mi rivolgo agli insegnanti, perché cambiando quello che non è inclusivo, possano rendere la scuola di quartiere la migliore scelta possibile per tutti.

Quello che vorrei restasse chiaramente impresso in ognuno di voi, è che si può fare… Che un scuola veramente inclusiva è possibile, indipendentemente dai limiti oggettivi. Una scuola inclusiva dipende solo dalla passione delle persone coinvolte.

Spero che l’articolo ti  abbia fatto un pò riflettere e se ti è piaciuto puoi sentirti libero/a di condividerlo. Ricordati di registrarti sul sito nella sezione NEWSLETTER o di mettere un like sulla pagina facebook se vuoi essere sicuro/a di ricevere e non perderti i futuri articoli  di bambino ideale

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GENITORE IDEALE – HO PAURA, FORSE MIO FIGLIO HA QUALCOSA CHE NON VA’?

GENITORE IDEALE – MIO FIGLIO HA QUALCOSA CHE NON VA’?

GENITORE IDEALE – HO PAURA, MIO FIGLIO HA QUALCOSA CHE NON VA’?

Oh mio Dio! … e se fosse vero che mio figlio ha davvero qualcosa che non va’…? Terrore puro… Domanda piena di paura, inquietante, straziante per il cuore di qualsiasi genitore.

La prima paura del genitore è di non riuscire a trovare in quel figlio così tanto desiderato, le caratteristiche che lo renderebbero felice e orgoglioso di essere genitore. La mancanza di tutte quelle qualità costruite irrealmente nella sua attesa, sposta e allontana paurosamente dall’immagine ideale creata nel tempo.

“Penso che talvolta i veri limiti esistano in chi ci guarda.” – Candido Cannavò

Successivamente alla prima reazione,  alla paura si mischia dell’amore, che in effetti però genera un altro tipo di preoccupazione. Questa volta è paura per la sopravvivenza e le future capacità sociali del proprio figlio.

La volontà di proteggerlo dalle difficoltà che incontrerà nella vita, dalla derisione o dalla cattiveria degli altri, dai possibili problemi di autonomia, rendono il genitore particolarmente sofferente e preoccupato.

Inoltre, la società odierna ha individuato diagnosi di ogni tipo, per motivare quello che non si adatta perfettamente a quell’ideale che abbiamo comunemente identificato come “normalità”.

“La disabilità è una questione di percezione. Se puoi fare anche una sola cosa bene, sei necessario a qualcuno.”- Martina Navrátilová 

Ecco allora che ogni genitore responsabile va alla ricerca di soluzioni, sia per proteggere il proprio figlio che per contenere e possibilmente attenuare tutte queste sue paure, con il rischio però di focalizzarsi troppo sul problema e poco sulla sua soluzione.

Siccome non sempre le difficoltà dei bambini sono necessariamente sinonimo di patologie, un bambino che non ce la fa ad apprendere una qualsiasi abilità incorre nel rischio di diagnosi, prima ancora che si provi se lo si può veramente aiutare.

La principale preoccupazione diventa, senza volerlo, capire ciò che non va in lui, più di quanto non lo è di imparare noi per primi come agire per aiutarlo a superare le sue difficoltà.

“La madre è orgogliosa del figlio che è salito in alto, ma darebbe la vita per l’altro: per il figlio senza fortuna.” – Libero Bovio

E se prima di tutto ci mettessimo noi a studiare e imparare come realizzare il miglior ambiente facilitante, educante e adatto ai bisogni dei nostri figli?

Se noi per primi diventassimo dei catalizzatori per attivare e incoraggiare le risposte delle loro funzioni attraverso stimoli quotidiani?

Se cercassimo prima di tutto, di capire quale è il blocco, la difficoltà, il perché non ce la fa?

“Non esiste un modo per essere una madre perfetta, ma ci sono milioni di modi per essere una  buona madre.”  – Jill Churchill

Le classiche attività quotidiane e la creazione di un ambiente armonico, sereno e amorevole sono una prerogativa essenziale per avere una facilitazione nell’ acquisizione di qualsiasi abilità.

Inoltre, tutti noi possiamo interagire con i nostri figli con dei giochi stimolanti e creativi, aiutando il cervello plastico attraverso la potenza cognitiva del giocattolo, a strutturare le sue funzioni fondamentali.

Potremmo quindi agevolare la comprensione, l’esercizio, la memoria, la concentrazione, la coordinazione, etc. anche ispirandoci alla ricerca scientifica, dallo sperimentare ed anche assistiti dal digitale, utilizzando strumenti per cercare di ottenere il meglio dalle capacità di ogni bambino, semplicemente giocando insieme a lui.

“Le verità che contano, i grandi principi, alla fine, restano due o tre. Sono quelli che ti ha insegnato tua madre da bambino”. – Enzo Biagi

A tutti i bambini dovrebbe essere garantito il diritto al massimo delle proprie funzioni, ma questo non dovrebbe cedere la priorità di cercare dei meccanismi di aiuto partendo dalla famiglia stessa.

Molte volte si tratta di piccole difficoltà educative, di stress o di problemi personali, oppure di disequilibrio nella coppia, di difficoltà nei rapporti. Senza paura, sensi di colpa o giudizio, si potrebbe provare ad osservare le proprie dinamiche relazionali, il modo in cui ci rapportiamo ai nostri figli.

Dovremmo capire che siamo il risultato di ciò che ci hanno insegnato o che abbiamo appreso attraverso le nostre personali esperienze.

Si potrebbe anche scoprire che potremmo sempre imparare modi nuovi più efficaci, trovare strategie che producano risultati più soddisfacenti.

Si tratterebbe soltanto di mettersi in gioco per primi e di non delegare a degli estranei la responsabilità della serenità e della salute emotiva dei nostri figli.

Sicuramente specialisti, medici, insegnanti hanno moltissime più conoscenze tecniche riguardo all’essere umano, ma nessuno ha la comprensione del bambino come il suo genitore.

“C’è un solo bambino bello al mondo, e ogni mamma ce l’ha.” – Anonimo

Osservarlo, accoglierlo, accettarlo, ascoltarlo, passere del tempo insieme, avere fiducia nelle sue capacità, alimentare la sua autostima, sostenerlo ed essergli una guida, essere autorevoli, riconoscere ed elogiare i suoi progressi quotidiani… sono un enormità di cose che dovremmo saper fare.

Il ruolo genitoriale rischia di essere ancora più complesso, quando si ha paura di essere inadeguati o del giudizio altrui, quando si è stanchi o insoddisfatti della propria vita, quando si hanno delle  difficoltà personali da superare.

Dovremmo forse prima di tutto cercare delle soluzioni al nostro personale benessere, di conseguenza a quello dei nostri bambini e solo successivamente cercare delle diagnosi.

Il bambino non riuscirà a capire tutte le nostre fatiche, tutte le energie che abbiamo impiegato nella sua crescita, ma sentirà forte e chiaro il messaggio che noi abbiamo fatto del nostro meglio per accettarlo, per amarlo e per proteggerlo.

“Non saprei indicare un bisogno infantile di intensità pari al bisogno che i bambini hanno di essere protetti dal padre.” – Sigmund Freud

 

 

GENITOERE IDEALE – Bisogno di riconoscimento

Diventare consapevoli del nostro comportamento del nostro bisogno di autoaffermazione e di riconoscimento non ci renderà perfetti, autosufficienti o privi di emozioni come dei robot, ma solo un pò più umani, più tolleranti e più attenti alle lezioni che vogliamo impartire ai nostri figli.

RICONOSCIMENTO

Bisogno di riconoscimento, oggigiorno comunemente tradotto “like”.

A causa di frequenti manifestazioni di comportamenti visibilmente anomali in rete soprattutto ma non solo, ho deciso che oggi vi voglio parlare del bisogno di riconoscimento.

Il bisogno di riconoscimento è insito in tutti noi, è naturale, fa parte dei bisogni sociali, ma come tutte le cose quando sono in disequilibrio, può diventare causa di comportamenti inadeguati.

Ovviamente qui parleremo di quest’ argomento in relazione all’ educazione, degli effetti che questo bisogno causa in noi e del modo in cui educhiamo i nostri figli.

“Ci sono solo due lasciti inesauribili che dobbiamo sperare di trasmettere ai nostri figli: delle radici e delle ali”. – (Harding Carter)

Molto spesso si notano situazioni di eccesso di questo bisogno e siamo subito pronti a criticarlo come comportamento sbagliato.

Facebook ad esempio, alimenta con molta facilità questo tipo di comportamento, ma pur criticandolo, tutti noi prima o poi ci caschiamo nel metterlo in atto più o meno frequentemente.

Sorge spontaneo chiedersi allora, da dove nasce questo bisogno, che sembra non risparmi proprio nessuno?

Ed anche, quanto è realmente sbagliato un comportamento del genere?

Come posiamo ritrovare il giusto equilibrio manifestando il bisogno di autoaffermazione senza incorrere nell’esibizionismo?

“Se troviamo in un gruppo un modello culturale di comportamento improntato ad autoaffermazione, si può sviluppare una situazione competitiva in cui l’autoaffermazione porta a maggiore autoaffermazione, e così via. Questo tipo di cambiamento progressivo possiamo chiamarlo schismogenesi simmetrica.” – (Antropologo Gregory Bateson- da Naven, Stantford University Press, 1958)

Capisco che forse è un argomento che ha bisogno di un maggiore approfondimento.  Le tendenze schismogenetiche, come dice lo stesso Bateson operano nella dinamica della società solo se l’educazione ricevuta nell’infanzia non è tale da impedirne l’espressione nella vita adulta.

La frequente dicotomia delle strutture bipolari delle società capitaliste diventano anche parti caratteriali impresse all’interno dell’ individuo.

Inoltre, i contesti fortemente competitivi favoriscono e alimentano la schismogenesi portando inevitabilmente alla distorsione di un legittimo bisogno iniziale e a varie rotture e conflitti interpersonali.

Ma cerchimo di capire tutto questo con degli esempi pratici, rendendo tutto più semplice e comprensibile per tutti.

Nel nostro caso, potrebbe essere un esempio l’ educazione che abbiamo ricevuto e la società stessa che tende a disprezzare l’autoaffermazione, ammirando invece l’ arrendevolezza e la sottomissione.

“Un bambino è un angelo le cui ali diminuiscono man mano che le sue gambe si allungano.” -(Anonimo)

Il bisogno di riconoscimento non nasce forse da una necessità più che legittima di sapere di essere esattamente dove si dovrebbe essere e che sia un proprio diritto essere li?

Decisamente i bisogni sociali morbosi di protagonismo e di esibizionismo in età adulta sono il risultato di qualcosa che non ha funzionato a dovere nell’educazione nell’ infanzia, ma viene anche amplificato da ciò che non funziona nella società o nell gruppo di appartenenza.

I bisogni sono sacrosanti ed è necessario riconoscerli e cercare di soddisfarli per vivere bene e per evitare che nel lungo termine possano solo acutizzarsi e peggiorare fino a squilibrare il benessere della persona. Quindi non permettiamo che guidino la nostra vita senza esserne consapevoli.

“Mentre cerchiamo di insegnare ai nostri figli tutto sulla vita, i nostri figli ci insegnano che la vita è tutto. ” – (Angela Schwindt)

Cercando di definire meglio l’argomento in relazione all’educazione e all’ influenza che poi ha sulla formazione caratteriale dei bambini, ricercando quindi di evidenziarne l’origine, mi viene in mente un tipo di situazione in particolare.

Per la nostra immensa voglia di insegnare ciò che è meglio nella vita ai nostri figli, (a tutti i bambini in generale rivolgendomi agli insegnanti), educhiamo impartendo “preziose” lezioni quotidiane.

Anzi, a volte non ci limitiamo ai bambini, ma anche a colleghi e amici, e anche ai nostri genitori oramai anziani. E questo non è forse un’ evidente bisogno di riconoscimento  e di autoaffermazione…?

Vorrei soffermarmi sui bambini in questo caso, perché poi loro ci credono molto più di altri a tutto ciò che noi diciamo, fidandosi ciecamente. Oltretutto noi siamo convinti delle nostre idee ed anche di doverle inculcare loro, perciò facciamo di tutto per convincerli (ahimè, con le buone o con le cattive) che devono assolutamente seguire le nostre indicazioni.

“I bambini e le cerniere non reagiscono alla forza… Eccetto occasionalmente.” – (Katharine Whiterhorn)

Vogliamo prepararli alla vita, quindi la prima cosa che facciamo è sminuirli. Certo, detto così, probabilmente nessuno è d’accordo con quello che sto dicendo, ma purtroppo è esattamente quello che facciamo.

Ogni volta che diciamo ai bambini, direttamente o indirettamente, che non valgono abbastanza, che non sempre avranno ciò che vorranno, che ci sarà sempre qualcuno migliore di loro, soprattutto nei primi anni di vita, quando, trovandosi nella loro fase egocentrica, avrebbero bisogno di sentire l’esatto opposto.

Ma noi lo facciamo perché abbiamo paura per loro, che possano venir su dei mollaccioni viziati, convincersi che gli sia tutto dovuto e… (rullo di tamburi) lo facciamo perché siamo noi ad avere paura di fallire miseramente nel nostro ruolo genitoriale, quindi di non riuscire a plasmare degli esseri pronti ad affrontare tutte le sfide che la vita riserverà loro.

“L’infanzia è come un cuore: i suoi battiti troppo veloci ci spaventano. Facciamo di tutto perché il cuore s’infranga. Il miracolo è che sopravvive a tutto.” – (Christian Bobin)

Ma non sono qui per giudicarti e non dovresti farlo nemmeno tu, dato che è quello che facciamo tutti. Questo è semplicemente quello che ci hanno insegnato quando eravamo piccoli e che tuttora la società cerca di confermare quotidianamente.

Si, perché tutti noi crediamo che i bambini debbano incominciare a saperlo fin da subito che la vita è dura, che bisogna lottare, perché mica ci possiamo permettere che credano di essere i migliori. Nooo,  facciamogli vivere da subito frustrazioni quotidiane, così saranno sicuramente rafforzati, perché la vita e dura e non perdona nessuno…

In pratica, abbiamo messo a punto la ricetta perfetta per la perdita di autostima e di fiducia… ma il riconoscimento non è forse collegato in qualche modo alla stima di sé?

“I bambini sono come il cemento umido, tutto quello che li colpisce lascia un’impronta.” – (Haim G. Ginott)

Ma, se gli adulti di cui più mi fido non hanno stima di me e non hanno fiducia nelle mie capacità, io come faccio a credere in me stesso?

E quindi non sono autorizzato a credere di meritare qualcosa, di avere un alto valore di me stesso, perché non è apprezzato, non è previsto, non sarebbe contro ciò che mi hanno insegnato?

Non sarà mica che poi per tutta la vita si avrà bisogno di essere riconosciuti meritevoli da qualcun’ altro avendo perso la capacità e il diritto di autoaffermarsi?

Tutti noi abbiamo ricevuto dei messaggi nei quali ci dicevano di non essere all’altezza, che hanno contribuito a renderci bisognosi dell’approvazione altrui.

Ci hanno costantemente boicottato la possibilità di appagare il bisogno di autostima e di autorealizzazione, che si trovano in posizione nettamente superiore nella scala dei bisogni rispetto al bisogno di riconoscimento.

“Tutti i grandi sono stati bambini una volta, ma pochi di essi se ne ricordano.” – (Antoine de Saint-Exupéry)

Come indicato nella piramide dei bisogni di Mashlow, stando in effetti ai gradini più elevati, il desiderio di riconoscimento sociale, di stima e il desiderio di autoaffermazione sono sani e fanno parte delle necessità esistenziali dell’essere umano.

Una volta che avremo superato i bisogni essenziali, non avendo più necessità di lottare per la sopravvivenza, per l’accettazione, per la sicurezza, diventeremo capaci di convogliare le nostre energie su bisogni più alti come l’ autostima, la dignità l’ autoaffermazione e la realizzazione di sé.

Quindi, mentre ci occupiamo delle nostra sana autoaffermazione che si conquista con la realizzazione di sé, avanti pure con qualche like, che ogni tanto fanno bene all’autostima, ma con la consapevolezza del perché ne abbiamo bisogno.

Cerchiamo il più possibile di appagare i bisogni più alti e non ridurci solo a diventare dipendenti di attegiamenti esibizionistici e del riconoscimento altrui.

Diventare consapevoli del nostro comportamento, non ci salverà dai nostri bisogni essenziali, quelli del gradino più basso, rendendoci autosufficienti e privi di emozioni come dei robot, ma ci renderà forse più umani e tolleranti verso i bisogni inappagati degli altri, anche quando questi sono ancor più morbosamente bisognosi  di noi.

Soprattutto però quello che io spero con tutto il cuore, è che ci renda più attenti alle lezioni che vogliamo impartire agli esseri sensibili e vulnerabili, dei quali ci dovremmo sentire profondamente responsabili, i nostri bambini.

“Con i bambini capirsi è semplice. Quando ti prendono per mano, hanno già scelto di fidarsi di te.” – (valvirdis, Twitter)

Anche io, come tutti ho lo stesso sano bisogno di riconoscimento 😉 , quindi se ti è piaciuto l’argomento non esitare di mettere il tuo like all’articolo. Questo è solo uno dei modi per dimostrarmi che il mio tentativo di aiutare anche qualcun’altro è risultato anche tempo ben impiegato per la mia autoaffermazione.

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A presto!

 

Genitore ideale, quali bugie racconti ai bambini?

 

Allora, hai pensato se, e quali bugie racconti ai bambini?

“Se menti a tuo figlio (anche nelle piccole cose come quando gli dici che tornerai subito e non è vero) è probabile che lui si sentirà in diritto di mentirti e di considerare la menzogna uno strumento utile e un diritto” –Roberta Cavallo

Ho avuto modo in questi giorni di riflettere sulle bugie e, con l’aiuto di una funzione di facebook, di ricordare un episodio accaduto un anno fa. Una discussione con un altro utente, sulla frase riportata qui sopra di Roberta Cavallo.

Mi ricordo molto bene l’irritazione che ho provato quando ho visto il commento di questa persona postato sotto questa frase, che personalmente reputo così profonda e così vera, su un argomento importantissimo nella relazione coi bambini.

L’atteggiamento che adottiamo in relazione alle bugie è determinante in tutte le relazioni interpersonali, ma è di un’importanza fondamentale nel rapporto con i nostri bambini.

“Non c’è cosa che più avvilisce l’uomo quanto la bugia, vizio brutto, vizio vile, vizio abbominevole, vizio degli schiavi, delle spie, degli infami.” –Luigi Settembrini, Lettere, XIX sec.

Il post parla in sostanza di quanto è dannoso utilizzare la bugia nelle relazioni, e persino l’utilizzo di piccole bugie,spesso ritenute innocue.

A volte cerchiamo giustificazioni considerando le bugie “a fin di bene” o addirittura bugie per “amore”, per “proteggere” o per non provocare dispiaceri.

La bugia però determina una perdita di fiducia nelle relazioni, una mancanza di legami profondi, delle conseguenze deleterie future.

“La bugia è brutta anche quando essa giova: or che sarà quando nuoce?” – Michele Colombo

Ma torniamo al commento di prima. In pratica, mi ritrovo con questo commento che in realtà era un link di un articolo dove invece la bugia veniva esaltata indirettamente.

In sostanza, facendo il riassunto dell’articolo, venivano valutati come più intelligenti i bambini in relazione a quanto precocemente avessero imparato a dire bugie.

Cioè… forse non ho capito bene… speravo. E invece si, diceva proprio così!

Sappiamo benissimo che un bambino piccolo impara attraverso il modello degli adulti e l’imprinting, non avendo ancora meccanismi personali per filtrare le informazioni ricevute.

Sicuramente un bambino piccolo che riesce ad imparare precocemente strategie utili alla sua sopravvivenza, manifesta e rende evidente anche agli altri la sua intelligenza.

Ma possiamo insegnare loro come strategia utile l’utilizzo delle bugie?

Fondamentalmente, essendo considerato uno strumento adeguato di cui servirsene a piacimento, giustificato dallo stesso utilizzo che ne fanno gli adulti, e accanto al messaggio sull’intelligenza di cui ne parlava l’articolo in questione, riusciamo a rendere la bugia non soltanto valida, ma nientemeno che raccomandata.

Quindi, se le persone più importanti nella vita dei bambini lo fanno quotidianamente, non possono che assimilare che anche loro sono giustificati e, in questo caso, addirittura incitati a dire le bugie…

“Una bugia può prendersi cura del presente, ma non ha futuro.” – Anonimo

Mi chiedo perché continuiamo a meravigliarci del comportamento dei ragazzi  più grandi, o di adolescenti che troppo spesso contestano gli insegnamenti ricevuti e non condividono i loro pensieri personali con i propri genitori, quando invece lo fanno con altri adolescenti e raramente, ma capita a volte, con alcuni insegnanti?

Purtroppo non è soltanto questo a determinare la perdita di fiducia. Infatti la perdita di fiducia ha profonde radici anche nella non accettazione, e per questo le dedicherò un altro articolo prossimamente.

“La paura ci fa diventare bugiardi perché temiamo che la nostra verità venga condannata.” –Romano Battaglia, Oltre l’amore, 2010

Ti invito a riflettere sulla motivazione che porta a dire le bugie e nuovamente ti chiedo, tu, quali bugie racconti ai bambini?

Mi piacerebbe conoscere le tue riflessioni o la tua personale esperienza e ti chiederei di riportarla nei commenti qui sotto. Potrebbe essere utile condividerla con altri e confrontarsi. In ogni caso un scambio d’idee può essere arricchente per tutti. Grazie!

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A presto!

GENITORE IDEALE -SEI UN BUON ESEMPIO?

SEI UN BUON ESEMPIO?
SEI UN BUON ESEMPIO?

TI SEI MAI CHIESTO SE SEI UN BUON ESEMPIO PER TUO FIGLIO, O CONTINUI A DARE LA COLPA AI NONNI, ALLA SCUOLA O ALLA TV…?

 

Sii te stesso; tutti gli altri sono già occupati. (Anonimo – attribuito a Oscar Wilde)

 

La condizione di base per essere un buon educatore è di essere prima di tutto un buon esempio. Praticare ciò che si cerca di trasmettere, essere autentici e coerenti, garantisce nel tempo una buona riuscita della relazione.

Questo è particolarmente vero nei rapporti tra genitori e bambini, perché questo tipo di atteggiamento non soltanto influirà la formazione delle convinzioni, della fiducia negli altri, quindi del carattere, ma sarà determinante per le loro future relazioni.

Essere per i bambini un riferimento di fatto ci carica di un’enorme responsabilità. Potremmo in effetti sentire come eccessivamente  gravoso il nostro compito di adulto educante (vale ovviamente come sempre per i genitori ma anche per insegnanti, maestri etc.).

La cosa più facile di questo mondo è essere ciò che siamo, mostrare ciò che proviamo. (Leo Buscaglia, Amore, 1972)

La grossa responsabilità che proviamo quindi ci può creare non pochi problemi. Ad esempio potremmo evitare di mostrare le nostre reali emozioni, perché siamo convinti di dover essere sempre perfetti , e mostrarsi indecisi o arrabbiati ci farebbe sembrare deboli agli occhi dei bambini.

Abbiamo paura di mostrarci per ciò che siamo e di esprimere quello che proviamo innanzitutto per il timore di perdere la nostra autorità. Il problema è che ci riesce molto male visto che nella comunicazione intervengono altri aspetti oltre alle parole che diciamo.

Il linguaggio verbale, che indica ciò che si dice, la scelta delle parole, la costruzione logica delle frasi e l’uso di alcuni termini rispetto ad altri è solo una delle componenti della comunicazione.

La componente paraverbale è invece il modo in cui qualcosa viene detto. Ci si riferisce al tono, alla velocità, al timbro, al volume della voce etc. o all’uso della punteggiatura nella scrittura.

Inoltre c’è anche una componente non verbale, il famoso linguaggio del corpo, che riguarda tutto quello che si trasmette attraverso la propria postura, i propri movimenti, il modo di vestire etc.

Questo non sarebbe così grave, se non fosse che quello che diciamo a parole, quindi con il linguaggio verbale è appena il 7% decisamente insignificante rispetto al 93% totale degli altri tipi di comunicazione, quindi di ciò che non si dice.

Il difficile è vivere realmente la propria vita, senza recitarne un’altra che ci protegga da essa. (Mauro Parrini, A mani alzate, 2009)

Questo è solo un esempio di quanto è difficile insegnare agli altri ciò che non si è realmente.

Trasmettere delle abitudini che non condividiamo, insegnare competenze in cui non crediamo, educare imponendo pratiche che non esercitiamo, inculcare quello che proclamiamo senza però in realtà praticarlo è un’impresa ardua e demoralizzante e non può altro che fallire miseramente.

Abbiamo moltissime difficoltà ad accettare che non sempre riusciamo ad essere un buon esempio.

In effetti capita frequentemente di lamentarci che non ci spieghiamo proprio come mai questi bambini si comportano diversamente da quanto noi vorremmo, nonostante tutti i nostri buoni insegnamenti e ramanzine varie messe in atto quotidianamente.

Dare la colpa ai nonni perché li viziano, all’altro genitore perché fa l’amico/a e non impone regole, alla famiglia se invece si tratta di insegnanti, ci esonera dalla responsabilità di essere e sentirci educanti o diseducanti nei confronti dei bambini.

Vivere è l’arte di diventare quello che si è già. (Fabio Volo, Il tempo che vorrei, 2009)

Possiamo allora smettere di prenderci in giro per un pò e provare ad osservarci, nei nostri atteggiamenti, nei nostri modi di fare, nelle cose che diciamo. Quanto ciò che diciamo rispecchia la realtà di quello che realmente siamo?

E se voglio insegnare a dire la verità, non dovrei io per primo/a essere un modello di verità?

Se voglio che l’altro sia rispettoso, forse io per primo/a non dovrei imparare a rispettare l’altro?

Se voglio che sia gentile come non debba essere gentile per primo/a?

Questo è un principio che vale il tutte le fasi della vita, ma è ancor più importante, anzi è fondamentale nella prima infanzia.

Se vogliamo avere la possibilità di costruire una buona relazione con i nostri bambini e dare loro una buona educazione senza tutte le strategie faticose e poco efficaci della manipolazione, dell’imposizione, delle punizioni, non possiamo ignorare Maria Montessori.

Non possiamo sottovalutare l’importanza del nostro comportamento quando ci dice che i bambini si formano a spese dell’ambiente…

Non possiamo sfuggire alle nostre responsabilità quando sappiamo che i bambini hanno una mente assorbente…

Però sei libero di continuare ad arrabbiarti con gli altri, incolpare i bambini di essere disubbidienti e utilizzare le punizioni o altre tecniche e prediche varie.

Se ti senti tenuto ad aderire sempre alle norme, sei destinato a una vita di schiavitù emozionale. Ma la nostra cultura insegna che è male disubbidire, che non si deve mai far nulla che vada contro le regole. L’importante è che stabilisca tu quali sono le regole che funzionano e che sono necessarie per preservare l’ordine nella nostra cultura, e a quali invece è lecito disubbidire senza danno per te o per gli altri. Non è redditizio ribellarsi per il gusto della ribellione, mentre giova assai essere se stessi e vivere la propria vita secondo la propria scala dei valori. (Wayne Dyer, Le vostre zone erronee, 1976)

Dovremmo decidere prima di tutto quello che per noi è realmente importante, capire quali sono i nostri valori e cercare di perseguire la propria strada seguendo la personale guida interiore.

In questo modo si possono compiere azioni basate su comportamenti autentici e diventare una guida coerente e un buon esempio, insegnando attraverso il comportamento senza fatica.

Mi piacerebbe conoscere le tue riflessioni o la tua personale esperienza e ti chiederei di riportarla nei commenti qui sotto. Grazie!

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A presto!

SCUOLA IDEALE- EFFICIENZA O EFFICACIA?

La scuola prepara all' efficienza o efficacia?
EFFICIENZA O EFFICACIA?

“Se la scuola fosse più efficace, la televisione non sarebbe tanto potente.” – (John Condry, Ladra di tempo, serva infedele, 1993)

I termini efficienza o efficacia, sono spesso usati indistintamente come sinonimi, quando in realtà esprimono due concetti ben distinti.

Nella società attuale si parla e si ricerca ovunque l’efficienza, sviluppando sempre di più prodotti e servizi ogni giorno più all’avanguardia.

Ad esempio si creano prodotti innovativi con un’efficienza energetica migliore, oppure software sempre più veloci, in grado di elaborare un’ immensità di dati in pochissimo tempo.

“La democrazia divide gli uomini in lavoratori e fannulloni. Non è attrezzata per quelli che non hanno tempo per lavorare.”-(Karl Kraus, Detti e contraddetti, 1909)

Ci siamo abituati a considerare l’efficienza come la soluzione a tutti i mali, come un sinonimo di valore e capacità. In un sistema produttivo incentrato sul maggior profitto, effettivamente è indispensabile utilizzare strumenti efficienti per la formazione dei nostri guadagni.

In quest’ ottica però,  in effetti allarghiamo automaticamente il concetto e la sua applicazione anche all’essere umano, concludendo che la capacità di raggiungere un obbiettivo prefissato è sinonimo di efficienza, anche lavorativamente a scapito del tempo libero e di altre attività sociali.

“Il lavoro, lo scambio dell’uomo con la natura, è una parte così fondamentale della esistenza umana, che soltanto quando esso smetterà di essere alienato, potrà essere produttivo anche il tempo libero. Comunque non si tratta soltanto di modificare la natura del lavoro, ma anche di operare un cambiamento complessivo sociale e politico in una ben precisa direzione: subordinare l’economia alle esigenze reali dell’uomo.” (Erich Fromm, Anatomia della distruttività umana, 1973)

La società richiede efficienza, essendo prevalentemente incentrata sul profitto. Noi tutti sentiamo quotidianamente  la pressione dell’efficienza in tutto ciò che facciamo.

Pertanto anche le nostre scuole non possono far altro che adeguarsi alle richieste della società e voler prima di tutto formare adulti efficienti, puntando prevalentemente sull’ ottenimento di risultati e su un conseguente sempre maggior rendimento.

“Ogni bambino per sua natura è curioso. Poi va a scuola.” -(Silvana Baroni, Laccati di cristallina neppure i fossili sono più quelli di una volta, 2007)

Efficacia ed efficienza sono concetti in effetti molto importanti ad esempio nel mondo del lavoro.Efficienza è la competenza è la prontezza nell’assolvere le proprie mansioni.

Efficienza  nel lavoro è la capacità di raggiungere i massimi risultati richiesti con minor costo possibile. Essere in piena e perfetta efficienza significa rendere al massimo.

“Sparisce il confine tra lavoro e tempo libero, e il primato del rendimento penetra nelle reazioni più sottili. Tutto diventa, anche contro la volontà dei soggetti, oggetto di calcolo.” -(Theodor Adorno, Minima moralia, 1951)

In partica, però significa anche ridursi ad essere dei robottini, delle macchinette senza personalità in grado di eseguire dei comandi alla perfezione, nel minor tempo possibile ed eventualmente senza mettere mai in discussione la ragione di quello che stiamo facendo.

La creatività, le relazioni, tutto ciò che non è produttivo viene considerato tempo perso, elementi che inficiano la qualità dell’efficienza.

“La farsa di molte persone laboriose. Con un eccesso di sforzo esse si procurano tempo libero e dopo non sanno farsene altro che contare le ore finché non siano trascorse.” -(Friedrich Nietzsche, Umano troppo umano II, 1879/80)

Mentre l’efficienza valuta l’abilità di eseguire una determinata azione impiegando le risorse minime indispensabili, l’efficacia indica la capacità di raggiungere l’obiettivo prefissato.

Efficacia infatti è la capacità di produrre l’effetto e i risultati voluti.

In quest’ottica, l’efficacia di un provvedimento, di un’azione o di un’attitudine è direttamente proporzionata alla generazione degli effetti connessi al suo compimento.
Le azioni possono essere efficienti ma per niente efficaci ed anche l’incontrario.

Siamo molto efficaci e molto efficienti quando raggiungiamo il massimo spendendo il minimo e ottenendo il risultato prefissato.

Allora, prediligere una o l’altra, facendo una distinzione tra l’ efficienza e l’efficacia o …servono entrambe? Possiamo far diventare tutti efficienti ed efficaci allo stesso tempo?

Come possiamo formare i nostri ragazzi senza farli sentire degli incapaci, inadeguati a questa società competitiva?

“Dopo aver tanto predicato la virtù del duro lavoro, è difficile che le autorità possano proporre un paradiso dove si fatichi poco e ci si riposi molto. È più probabile che esse trovino continuamente nuovi sistemi per dimostrare che il tempo libero deve essere sacrificato alla produzione.” – (Bertrand Russell, Elogio dell’ozio, 1935)

Reputo la mia soluzione efficiente ma soprattutto efficace in termini di realizzazione personale di ognuno di noi.

Se efficiente è chi fa le cose nel modo giusto, efficace è chi fa le cose giuste.

Efficienti dovrebbero essere le macchine che creiamo e utilizziamo nel quotidiano, per produrre in modo impeccabile sempre lo stesso tipo di risultato.

Ad esempio il PC che stiamo utilizzando deve essere veloce e affidabile. I robot industriali per i lavori in catena devono essere in grado di produrre il risultato per il quale sono stati creati nel tempo concordato.

È vero che attualmente ci sono persone che lavorano in questo modo, come le macchine senza fare obbiezioni, persone abituate alla routine e che sembrano preferire questo tipo di lavoro. In realtà sono reduci di un’era industriale, di insegnamenti ricevuti da una scuola in cui questi erano gli obbiettivi primari, creare forza lavoro, manodopera efficiente.

Anche se i tempi sono cambiati, rimane in molti questa abitudine radicata come unico modo possibile, per vari motivi come la mancanza di autostima o di coraggio di cambiare. In alcuni casi addirittura si tratta di persone arrese alla vita e alle difficoltà, che hanno perso la gioia della creatività, dell’appagamento derivante dal lavoro e dall’ autorealizzazione.

Efficaci invece dovrebbero essere le persone, affinché trovino strategie utili al raggiungimento di uno scopo finale, utilizzando soluzioni creative. Nel attuale mercato del lavoro è sempre maggiore la richiesta di capacità di problem solving, di proposte innovative.

L’efficacia prevede avere una libertà di pensiero, una libertà personale e una capacità di assunzione delle responsabilità. È una grossa perdita per un datore di lavoro non essere disposto a incentivare la gratificazione lavorativa dei collaboratori derivante dalla libertà di azione.

“La scuola oggi è incapace di sviluppare quelle competenze e quei talenti che sono oggi necessari per continuare ad appartenere a una società industriale avanzata. È talmente distaccata dalle vere esigenze del mondo del lavoro da essere diventata, in larga misura, una fabbrica di disoccupati con la laurea.” -(Piero Angela, Nel buio degli anni luce, 1977)

Fortunatamente i nostri bambini possono essere la generazione in grado di acquisire queste capacità in maniera molto semplice. Se nelle nostre scuole ci ispirassimo agli insegnamenti di Maria Montessori, i nostri figli sarebbero in grado di sviluppare le nuove competenze indispensabili nel mondo del lavoro di oggi.

“I miei problemi sono iniziati con la prima educazione. Andavo in una scuola per insegnanti disagiati.” -(Woody Allen)

L’efficacia deve quindi precedere l’efficienza.

Ha senso lavorare 12 ore al giorno con disciplina, determinazione e sacrificio se quello che stiamo facendo lo reputiamo sbagliato, lo facciamo senza gioia, lo reputiamo inutile perché non ha uno scopo finale valido o non appaga il nostro bisogno di realizzazione personale?

Dovremmo riconsiderare il valore dell’efficacia, quindi della capacità di individuare soluzioni semplici ed originali a problemi complessi, considerando di primaria importanza l’obbiettivo finale.

L’efficacia è massimizzare il risultato minimizzando le risorse impiegate. 

Essere efficaci non significa solamente essere capaci di produrre un effetto, ma soprattutto saper identificare i giusti obbiettivi sui quali impegnarsi, e successivamente trovare strategie semplici ed originali per raggiungerli.

Mi piacerebbe conoscere le tue riflessioni o la tua personale esperienza , e ti chiederei di riportarla nei commenti qui sotto. Grazie!

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