SCUOLA IDEALE  – Inclusione e disabilità

 

disabilità e inclusione

SCUOLA IDEALE  – INCLUSIONE E DISABILITA’

Se ne parla di continuo ovunque, la scuola dovrebbe essere una scuola più inclusiva. I ragazzi con disabilità rischiano molte volte di essere esclusi o comunque di vivere delle esperienze poco piacevoli. Nonostante le politiche inclusive, a volte c’è poca vera inclusione.

In base al tipo di disabilità, i problemi possono essere diversi, ma tutti ugualmente portatori di situazioni complesse.

Problemi di apprendimento, problemi di adattamento ai vari ambienti, scarsa possibilità di coinvolgimento in alcune attività o problemi per limitazioni di movimento, oppure problemi emotivi e di socializzazione, queste sono solo alcune delle difficoltà che questi bambini devono affrontare quotidianamente.

“Questi bambini nascono due volte. Devono imparare a muoversi in un mondo che la prima nascita ha reso più difficile. La seconda dipende da voi, da quello che saprete dare.” – Giuseppe Pontiggia

Se già la vita scolastica è complicata per molti bambini “normali”, tutto questo aggiunge ulteriore difficoltà ai ragazzi portatori di un qualsiasi handicap.

Cosa possiamo fare per rendere la loro esperienza di vita più serena possibile, per renderli più indipendenti, per crescere dei futuri adulti emotivamente sani e che trovino il loro posto nel mondo? Cosa sarà di loro, dopo di noi?

Ecco alcune domande che tormentano i genitori di bambini che, per qualche motivo, la vita ha dato loro questo gravoso compito, di farcela con più difficoltà di altri…

“L’angoscia del futuro, non abbandona mai chi ha un figlio disabile.” – Giuseppe Pontiggia

Ma cosa va fatto in sostanza per aiutarli davvero a vivere una vita appagante e soddisfacente il più possibile?

È un percorso lungo e a volte complicato, dato che coinvolge oltre le persone significative, anche quelle che fanno parte della loro vita pur entrando in contatto solo per poco tempo.

Possiamo solo dire che il modo in cui si sviluppa l’esperienza scolastica può essere determinante per il futuro e per il benessere di tutti i bambini e ragazzi, con la differenza che per un disabile c’è il reale rischio che si trasformi con più frequenza in un’esperienza di insuccesso.

“Molte volte il disabile è commiserato e con ciò discriminato proprio da quelli che hanno paura di riconoscersi in lui, direttamente o indirettamente.” – Giuseppe Pontiggia

Vorrei invece farvi conoscere una bella storia realmente accaduta. Una storia che racconta di quando l’inclusione riesce, di quando la scuola ce la fa… Riporto integralmente il testo di Enrica Bailo e dell’esperienza di sua figlia Gaia:

«Andrà tutto bene, stia tranquilla!»
 E così fu, in effetti. Quelle cinque parole, proferite dalla preside della scuola primaria, erano il presagio di un’esperienza meravigliosa che ancora oggi ricordo con commozione.

Attraversavo la piazza, chiacchierando con Paolo, mio marito, quando incrociai la Preside. Forse le bastò un’occhiata, chissà. Quella frase e quel sorriso sono stampati nella mia mente, archiviati tra i gesti più significativi che hanno accompagnato il cammino di Gaia in quella scuola. Ricordo il primo giorno della prima elementare; pioveva a dirotto, ci sentivamo spaesati, impauriti, infreddoliti dentro e fuori. Abbandonavamo le certezze della scuola dell’infanzia, pur con le difficoltà e le incomprensioni degli ultimi due anni, e approdavamo in un porto che non conoscevamo. Quel primo giorno le maestre del modulo avevano organizzato un percorso di accoglienza per i bimbi nel cortile della scuola. I genitori, in gruppo, seguivano il corteo dei piccoli incuriositi, divertiti, affascinati. Noi restavamo un po’ in disparte: non conoscevamo nessuno e temevamo gli approcci.

Noi eravamo i “diversi”, o almeno questo era ciò che avvertivamo in quegli istanti. In realtà, oggi so che gli altri erano diversi, gli altri sono diversi. Perché gli altri sono normali, perché gli altri possono e sanno difendersi, dichiarare un disagio, manifestare dei bisogni dopo aver imparato a riconoscerli. Noi no, Gaia no. Forse è questa la paura più grande, amica intima del nostro quotidiano che non ci vuole mai abbandonare, non ci permette di fidarci mai di nessuno in modo totale ed esclusivo. Gli altri sono diversi nella loro normalità, ma il percorso tracciato sapientemente da una dirigente, che in origine era stata una insegnante di sostegno – una delle prime – che ha saputo “costruire” la classe sulle esigenze particolari di mia figlia, ha piallato queste diversità, permettendo a Gaia di godere dei benefici legati all’insegnamento, ricevendo stimoli e accendendo una naturale curiosità. E ha permesso agli altri, ai normali ma diversi, di godere di Gaia, di tutto ciò che mia figlia può donare, in modo spontaneo e generoso. L’inclusione non rimane una parola del dizionario se è strutturata collaborando fattivamente allo scopo del benessere di tutti.

Questo implica mettersi in gioco, sia come genitori speciali che come genitori normali. Perché, alla fine, non deve esistere rigidità nello sviluppo dei programmi ministeriali. Ho sempre avuto timore di disturbare una evoluzione ordinata e ordinaria, a causa delle difficoltà oggettive di mia figlia. Il mio approccio alla scuola non è mai stato esigente o prepotente, quanto di collaborazione attiva e fattiva. E ho imparato, nel corso degli anni, che l’opera non è mai terminata, che la costruzione è quotidiana e si basa su dialogo e disponibilità, non solo da parte del personale della scuola.

E ho portato avanti questa esperienza, maturata nei cinque anni della primaria, andando a cercare chi, nella scuola media, ora definita secondaria, potesse garantirmi il prosieguo di un cammino che, pur negli ostacoli, doveva permettere una crescita, tanto di mia figlia, quanto dei suoi compagni di classe, quanto di noi genitori. Qualcuno mi ha obiettato che sono stata fortunata, che non è facile. È pur vero, ma è altrettanto vero che non mi sono fermata alla prima proposta, al primo colloquio, alla prima visita. Ho girato, osservato, studiato. E ho scelto. Non ho scelto per me, in funzione della mia comodità; ho scelto ciò che ho reputato fosse il meglio per la Princi, anche se questo ha comportato abbandonare tutti i compagni di classe, affrontando una scuola dove una sola amica, omonima tra l’altro, l’ha seguita.

Ancora una volta, però, la decisione è stata la migliore, ancora una volta la diversità degli altri è stata fusa con la normalità di Gaia, ancora una volta mia figlia non è stata vissuta, né vista, come un impiccio, un ostacolo, un peso da sopportare. Né i compagni di classe, né gli insegnanti, né i genitori, né i collaboratori scolastici hanno mai pensato di approcciarsi con fastidio alla Princi. Lasciarla a scuola ogni mattina è una prova ardua da superare: cedere all’istinto di protezione sarebbe più semplice che non affrontare il dubbio di lasciarla in mani altrui. Quello che è fondamentale, però, è il suo benessere; e il suo benessere si alimenta nelle azioni quotidiane, nell’affetto dei compagni, che a ricreazione la portano a spasso a turno, spingendo la carrozzina, che all’arrivo in classe la salutano festosi in coro, negli stimoli che insegnante di sostegno, assistente alle autonomie e tutto il personale docente e non sa darle, regalandole emozioni e permettendole di aprire cassetti che, diversamente, rimarrebbero chiusi.

E mi accade di restare senza parole, davanti a manifestazioni spontanee e impreviste: il ragazzo che, pur in palese ritardo sull’orario di ingresso, entrando trafelato e scorgendola, sosta da lei per un saluto, o il vice preside che mi propone una gita sciistica e, alla mia opposizione «se non ci sono le condizioni, mia figlia resta a casa senza alcun problema», sorridendo pacatamente afferma: «sto organizzando le cose in modo che Gaia possa provare a scivolare con un maestro specializzato; io porto tutti. Se non ci sono le condizioni per Gaia non ci sono per nessuno!».

Spesso mass media e social urlano al mondo l’insoddisfazione per la scuola che non funziona. Non conosco in dettaglio la famosa “Buona scuola”, non è mio compito addentrarmi in scelte normative che a qualcuno piacciono e ad altri non garbano. Io cerco le persone, perché la scuola è fatta da persone per le persone; la scuola, come qualsiasi attività concernente l’ambito dello sviluppo e della cura degli esseri umani, deve basarsi sulla passione, più che sulla professione. E le persone che cerco, e che finora ho trovato, rispondono a tali requisiti. E lo dico con orgoglio e grande soddisfazione perché mi piace dichiarare al mondo che la scuola funziona se chi la vive è animato dalla passione. E sono tanti, fortunatamente.

Ora sono scesa nuovamente in pista per cercare una soluzione che permetta a Gaia di proseguire il cammino. Ero convinta di dover smontare “dall’autobus scuola” e intraprendere il percorso del centro diurno. Visitando un istituto superiore, e dialogando con la vice preside che lo dirige, mi sono piacevolmente ricreduta. Ogni remora è crollata nel momento in cui, con grande intensità, la vice preside ha affermato: «Signora, sua figlia ha tutta la vita da trascorrere in un centro diurno; permettiamole di diventare grande!»

Quando ho letto la lettera di questa mamma, mi sono profondamente emozionata. Era mia intenzione scrivere un articolo sull’inclusione, ma ho pensato che non avrei mai potuto trasmettere delle emozioni in un modo migliore di chi, come lei le ha vissute realmente. Pertanto l’ho contattata e le ho chiesto il permesso di riportavi la sua esperienza.

Nessuno meglio di chi ha vissuto in prima persona un’esperienza positiva, può essere un messaggio di speranza per quelli che si preparano a vivere una situazione simile, con disperazione.

Mi rivolgo ai genitori, che doverbbero scegliere la scuola con cura, non fermandosi alla scuola di quartiere, se questa non è la migliore per il proprio figlio. Ma soprattutto mi rivolgo agli insegnanti, perché cambiando quello che non è inclusivo, possano rendere la scuola di quartiere la migliore scelta possibile per tutti.

Quello che vorrei restasse chiaramente impresso in ognuno di voi, è che si può fare… Che un scuola veramente inclusiva è possibile, indipendentemente dai limiti oggettivi. Una scuola inclusiva dipende solo dalla passione delle persone coinvolte.

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Autore: Amministratore

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