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Genitore ideale, quali bugie racconti ai bambini?

 

Allora, hai pensato se, e quali bugie racconti ai bambini?

“Se menti a tuo figlio (anche nelle piccole cose come quando gli dici che tornerai subito e non è vero) è probabile che lui si sentirà in diritto di mentirti e di considerare la menzogna uno strumento utile e un diritto” –Roberta Cavallo

Ho avuto modo in questi giorni di riflettere sulle bugie e, con l’aiuto di una funzione di facebook, di ricordare un episodio accaduto un anno fa. Una discussione con un altro utente, sulla frase riportata qui sopra di Roberta Cavallo.

Mi ricordo molto bene l’irritazione che ho provato quando ho visto il commento di questa persona postato sotto questa frase, che personalmente reputo così profonda e così vera, su un argomento importantissimo nella relazione coi bambini.

L’atteggiamento che adottiamo in relazione alle bugie è determinante in tutte le relazioni interpersonali, ma è di un’importanza fondamentale nel rapporto con i nostri bambini.

“Non c’è cosa che più avvilisce l’uomo quanto la bugia, vizio brutto, vizio vile, vizio abbominevole, vizio degli schiavi, delle spie, degli infami.” –Luigi Settembrini, Lettere, XIX sec.

Il post parla in sostanza di quanto è dannoso utilizzare la bugia nelle relazioni, e persino l’utilizzo di piccole bugie,spesso ritenute innocue.

A volte cerchiamo giustificazioni considerando le bugie “a fin di bene” o addirittura bugie per “amore”, per “proteggere” o per non provocare dispiaceri.

La bugia però determina una perdita di fiducia nelle relazioni, una mancanza di legami profondi, delle conseguenze deleterie future.

“La bugia è brutta anche quando essa giova: or che sarà quando nuoce?” – Michele Colombo

Ma torniamo al commento di prima. In pratica, mi ritrovo con questo commento che in realtà era un link di un articolo dove invece la bugia veniva esaltata indirettamente.

In sostanza, facendo il riassunto dell’articolo, venivano valutati come più intelligenti i bambini in relazione a quanto precocemente avessero imparato a dire bugie.

Cioè… forse non ho capito bene… speravo. E invece si, diceva proprio così!

Sappiamo benissimo che un bambino piccolo impara attraverso il modello degli adulti e l’imprinting, non avendo ancora meccanismi personali per filtrare le informazioni ricevute.

Sicuramente un bambino piccolo che riesce ad imparare precocemente strategie utili alla sua sopravvivenza, manifesta e rende evidente anche agli altri la sua intelligenza.

Ma possiamo insegnare loro come strategia utile l’utilizzo delle bugie?

Fondamentalmente, essendo considerato uno strumento adeguato di cui servirsene a piacimento, giustificato dallo stesso utilizzo che ne fanno gli adulti, e accanto al messaggio sull’intelligenza di cui ne parlava l’articolo in questione, riusciamo a rendere la bugia non soltanto valida, ma nientemeno che raccomandata.

Quindi, se le persone più importanti nella vita dei bambini lo fanno quotidianamente, non possono che assimilare che anche loro sono giustificati e, in questo caso, addirittura incitati a dire le bugie…

“Una bugia può prendersi cura del presente, ma non ha futuro.” – Anonimo

Mi chiedo perché continuiamo a meravigliarci del comportamento dei ragazzi  più grandi, o di adolescenti che troppo spesso contestano gli insegnamenti ricevuti e non condividono i loro pensieri personali con i propri genitori, quando invece lo fanno con altri adolescenti e raramente, ma capita a volte, con alcuni insegnanti?

Purtroppo non è soltanto questo a determinare la perdita di fiducia. Infatti la perdita di fiducia ha profonde radici anche nella non accettazione, e per questo le dedicherò un altro articolo prossimamente.

“La paura ci fa diventare bugiardi perché temiamo che la nostra verità venga condannata.” –Romano Battaglia, Oltre l’amore, 2010

Ti invito a riflettere sulla motivazione che porta a dire le bugie e nuovamente ti chiedo, tu, quali bugie racconti ai bambini?

Mi piacerebbe conoscere le tue riflessioni o la tua personale esperienza e ti chiederei di riportarla nei commenti qui sotto. Potrebbe essere utile condividerla con altri e confrontarsi. In ogni caso un scambio d’idee può essere arricchente per tutti. Grazie!

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A presto!

SCUOLA IDEALE – CONOSCI PIGMALIONE?

Vorrei riflettere oggi su un tema che purtroppo credo sia sottovalutato, e cioè la soggettività dei giudizi.

 

PIGMALIONE

 

“Un ragazzo è, di tutte le bestie selvagge, la più difficile da trattare.”- (Platone)

In realtà vorrei riflettere oggi su un tema che, purtroppo credo sia sottovalutato, e cioè la soggettività del giudizio.

In questo caso, visto che parliamo di scuola, vorrei soffermarmi sulla soggettività dei giudizi degli insegnanti e i relativi effetti derivanti.

Per approfondire ho deciso di parlarti di Pigmalione. Però, pur piacendomi le storie a lieto fine, non è del mito dello scultore che si innamora della sua statua di Afrodite che mi interessa ora discutere.

Come probabilmente già sai, questa parola quasi buffa (a me fa immaginare un maiale col maglione) in realtà significa maestro che erudisce una persona rozza e incolta

In effetti facciamo tutti da pigmalione (a volte anche un pò da Cicerone) quando siamo convinti di dover educare e istruire i bambini (…e non solo loro), perché altrimenti sarebbero rozzi, selvaggi o resterebbero degli ignoranti.

A nostra volta probabilmente abbiamo avuto qualcuno pigmalione che si è dato da fare per renderci degli individui socialmente accettabili.

“Costa meno caro aiutare un giovane a costruirsi che aiutare un adulto a ripararsi.” – (Anonimo)

Comunque,  non è della definizione e tanto meno dell’etimologia della parola che mi interessava parlare, ma rifletteremo insieme sull’effetto Pigmalione.

Si tratta di un esperimento psicosociale ideato dal ricercatore americano R. Rosenthal attuato in una scuola elementare della California.

Per la mia enorme gioia, questo simpatico personaggio, ha fatto un bellissismo scherzetto a queste maestre, indicando loro come intelligentissimi, alcuni dei bambini presi totalmente a casaccio tra gli altri del gruppo classe.

Indovina un pò che cosa è successo a distanza di un anno…!

I bambini considerati dalle maestre con un Q.I. superiore agli altri sono stati quelli che hanno ottenuto i risultati migliori, diventando per davvero i primi della classe pur non essendo i più intelligenti veramente.

Un situazione simile accade anche con l’effetto alone, comune fenomeno di distorsione cognitiva osservato e studiato nell’ambito psicologico.  Ad esempio le persone considerate belle, si tende ritenerle anche più intelligenti o più buone, insomma con più qualità.

Allo stesso modo però vale anche l’incontrario, quindi anche in caso di una caratteristica negativa o di un difetto. Si tende a generalizzare la percezione di un unico particolare, estendendolo alla totalità della persona, quindi trascurando gli elementi contrastanti, in questo caso caratteristiche positive.

Generalizzazioni, percezioni distorte o profezie auto avveranti, poco importa. L’importante è sapere che, ciò su cui si pone l’attenzione o comunque quello che ci si aspetta, finisce per realizzarsi e questo è dovuto anche al giudizio personale.

Dovrebbe prima di tutto farci riflettere, l’influenza che ha sugli altri il nostro giudizio, ovviamente sia positivo ma anche negativo e, soprattutto sui bambini. Spesso si viene identificati dagli altri attraverso delle caratteristiche specifiche come se fosse un marchio, come se fossimo quel particolare e null’altro…

Pertanto mi chiedo, cosa succede ai bambini quando etichettiamo loro come svogliati, maleducati, incapaci o un pò lenti a capire? Per non parlare delle moltissime etichette dettate da diagnosi per patologie, disturbi vari, ritardi o deficit avvalorate dai professionisti con tanto di certificazioni.

Se a questo aggiungiamo l’effetto alone, che come abbiamo detto influisce sulla percezione di una determinata caratteristica generalizzandola all’intera persona e offuscando le altre qualità, unendo anche l’effetto pigmalione, si finisce per determinare una catastrofe certa.

Un circolo vizioso nel quale il bambino non può che subire un peggioramento della situazione iniziale…

“La scuola la vorrei senza pagelle e con tante cordiali chiacchierate coi genitori, perché, alla fine, invece di una bella pagella, si abbia un bel ragazzo, cioè un ragazzo libero, sincero, migliore comunque.” – (Mario Lodi)

Sinceramente ci dovremmo forse chiedere perché non riusciamo ad apprezzare l’unicità dei bambini e abbiamo tanto bisogno di definire un detterminato e ben definito range alla normalità?

Che cosa ci spinge a dover far rientrare tutti esseri umani diversi tra loro in un modello standard, unico per tutti, che poi in realtà non si addice fondamentalmente a nessuno?

Perché abbiamo questa necessità che siano così come qualcuno ha deciso che dovrebbero essere e non come realmente sono? Non possiamo davvero accettarli per quello che sono, con i loro pregi e difetti, mastrie o incapacità…? (come tutti d’altronde)

“Non esistono grandi scoperte né reale progresso finché sulla terra esiste un bambino infelice.” – (Albert Einstein)

Mi piacerebbe conoscere le tue riflessioni o la tua personale esperienza e ti chiederei di riportarla nei commenti qui sotto. Potrebbe essere utile condividerla con altri e confrontarsi. In ogni caso un scambio d’idee può essere arricchente per tutti. Grazie!

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A presto!

GENITORE IDEALE -SEI UN BUON ESEMPIO?

SEI UN BUON ESEMPIO?
SEI UN BUON ESEMPIO?

TI SEI MAI CHIESTO SE SEI UN BUON ESEMPIO PER TUO FIGLIO, O CONTINUI A DARE LA COLPA AI NONNI, ALLA SCUOLA O ALLA TV…?

 

Sii te stesso; tutti gli altri sono già occupati. (Anonimo – attribuito a Oscar Wilde)

 

La condizione di base per essere un buon educatore è di essere prima di tutto un buon esempio. Praticare ciò che si cerca di trasmettere, essere autentici e coerenti, garantisce nel tempo una buona riuscita della relazione.

Questo è particolarmente vero nei rapporti tra genitori e bambini, perché questo tipo di atteggiamento non soltanto influirà la formazione delle convinzioni, della fiducia negli altri, quindi del carattere, ma sarà determinante per le loro future relazioni.

Essere per i bambini un riferimento di fatto ci carica di un’enorme responsabilità. Potremmo in effetti sentire come eccessivamente  gravoso il nostro compito di adulto educante (vale ovviamente come sempre per i genitori ma anche per insegnanti, maestri etc.).

La cosa più facile di questo mondo è essere ciò che siamo, mostrare ciò che proviamo. (Leo Buscaglia, Amore, 1972)

La grossa responsabilità che proviamo quindi ci può creare non pochi problemi. Ad esempio potremmo evitare di mostrare le nostre reali emozioni, perché siamo convinti di dover essere sempre perfetti , e mostrarsi indecisi o arrabbiati ci farebbe sembrare deboli agli occhi dei bambini.

Abbiamo paura di mostrarci per ciò che siamo e di esprimere quello che proviamo innanzitutto per il timore di perdere la nostra autorità. Il problema è che ci riesce molto male visto che nella comunicazione intervengono altri aspetti oltre alle parole che diciamo.

Il linguaggio verbale, che indica ciò che si dice, la scelta delle parole, la costruzione logica delle frasi e l’uso di alcuni termini rispetto ad altri è solo una delle componenti della comunicazione.

La componente paraverbale è invece il modo in cui qualcosa viene detto. Ci si riferisce al tono, alla velocità, al timbro, al volume della voce etc. o all’uso della punteggiatura nella scrittura.

Inoltre c’è anche una componente non verbale, il famoso linguaggio del corpo, che riguarda tutto quello che si trasmette attraverso la propria postura, i propri movimenti, il modo di vestire etc.

Questo non sarebbe così grave, se non fosse che quello che diciamo a parole, quindi con il linguaggio verbale è appena il 7% decisamente insignificante rispetto al 93% totale degli altri tipi di comunicazione, quindi di ciò che non si dice.

Il difficile è vivere realmente la propria vita, senza recitarne un’altra che ci protegga da essa. (Mauro Parrini, A mani alzate, 2009)

Questo è solo un esempio di quanto è difficile insegnare agli altri ciò che non si è realmente.

Trasmettere delle abitudini che non condividiamo, insegnare competenze in cui non crediamo, educare imponendo pratiche che non esercitiamo, inculcare quello che proclamiamo senza però in realtà praticarlo è un’impresa ardua e demoralizzante e non può altro che fallire miseramente.

Abbiamo moltissime difficoltà ad accettare che non sempre riusciamo ad essere un buon esempio.

In effetti capita frequentemente di lamentarci che non ci spieghiamo proprio come mai questi bambini si comportano diversamente da quanto noi vorremmo, nonostante tutti i nostri buoni insegnamenti e ramanzine varie messe in atto quotidianamente.

Dare la colpa ai nonni perché li viziano, all’altro genitore perché fa l’amico/a e non impone regole, alla famiglia se invece si tratta di insegnanti, ci esonera dalla responsabilità di essere e sentirci educanti o diseducanti nei confronti dei bambini.

Vivere è l’arte di diventare quello che si è già. (Fabio Volo, Il tempo che vorrei, 2009)

Possiamo allora smettere di prenderci in giro per un pò e provare ad osservarci, nei nostri atteggiamenti, nei nostri modi di fare, nelle cose che diciamo. Quanto ciò che diciamo rispecchia la realtà di quello che realmente siamo?

E se voglio insegnare a dire la verità, non dovrei io per primo/a essere un modello di verità?

Se voglio che l’altro sia rispettoso, forse io per primo/a non dovrei imparare a rispettare l’altro?

Se voglio che sia gentile come non debba essere gentile per primo/a?

Questo è un principio che vale il tutte le fasi della vita, ma è ancor più importante, anzi è fondamentale nella prima infanzia.

Se vogliamo avere la possibilità di costruire una buona relazione con i nostri bambini e dare loro una buona educazione senza tutte le strategie faticose e poco efficaci della manipolazione, dell’imposizione, delle punizioni, non possiamo ignorare Maria Montessori.

Non possiamo sottovalutare l’importanza del nostro comportamento quando ci dice che i bambini si formano a spese dell’ambiente…

Non possiamo sfuggire alle nostre responsabilità quando sappiamo che i bambini hanno una mente assorbente…

Però sei libero di continuare ad arrabbiarti con gli altri, incolpare i bambini di essere disubbidienti e utilizzare le punizioni o altre tecniche e prediche varie.

Se ti senti tenuto ad aderire sempre alle norme, sei destinato a una vita di schiavitù emozionale. Ma la nostra cultura insegna che è male disubbidire, che non si deve mai far nulla che vada contro le regole. L’importante è che stabilisca tu quali sono le regole che funzionano e che sono necessarie per preservare l’ordine nella nostra cultura, e a quali invece è lecito disubbidire senza danno per te o per gli altri. Non è redditizio ribellarsi per il gusto della ribellione, mentre giova assai essere se stessi e vivere la propria vita secondo la propria scala dei valori. (Wayne Dyer, Le vostre zone erronee, 1976)

Dovremmo decidere prima di tutto quello che per noi è realmente importante, capire quali sono i nostri valori e cercare di perseguire la propria strada seguendo la personale guida interiore.

In questo modo si possono compiere azioni basate su comportamenti autentici e diventare una guida coerente e un buon esempio, insegnando attraverso il comportamento senza fatica.

Mi piacerebbe conoscere le tue riflessioni o la tua personale esperienza e ti chiederei di riportarla nei commenti qui sotto. Grazie!

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A presto!

SCUOLA IDEALE- EFFICIENZA O EFFICACIA?

La scuola prepara all' efficienza o efficacia?
EFFICIENZA O EFFICACIA?

“Se la scuola fosse più efficace, la televisione non sarebbe tanto potente.” – (John Condry, Ladra di tempo, serva infedele, 1993)

I termini efficienza o efficacia, sono spesso usati indistintamente come sinonimi, quando in realtà esprimono due concetti ben distinti.

Nella società attuale si parla e si ricerca ovunque l’efficienza, sviluppando sempre di più prodotti e servizi ogni giorno più all’avanguardia.

Ad esempio si creano prodotti innovativi con un’efficienza energetica migliore, oppure software sempre più veloci, in grado di elaborare un’ immensità di dati in pochissimo tempo.

“La democrazia divide gli uomini in lavoratori e fannulloni. Non è attrezzata per quelli che non hanno tempo per lavorare.”-(Karl Kraus, Detti e contraddetti, 1909)

Ci siamo abituati a considerare l’efficienza come la soluzione a tutti i mali, come un sinonimo di valore e capacità. In un sistema produttivo incentrato sul maggior profitto, effettivamente è indispensabile utilizzare strumenti efficienti per la formazione dei nostri guadagni.

In quest’ ottica però,  in effetti allarghiamo automaticamente il concetto e la sua applicazione anche all’essere umano, concludendo che la capacità di raggiungere un obbiettivo prefissato è sinonimo di efficienza, anche lavorativamente a scapito del tempo libero e di altre attività sociali.

“Il lavoro, lo scambio dell’uomo con la natura, è una parte così fondamentale della esistenza umana, che soltanto quando esso smetterà di essere alienato, potrà essere produttivo anche il tempo libero. Comunque non si tratta soltanto di modificare la natura del lavoro, ma anche di operare un cambiamento complessivo sociale e politico in una ben precisa direzione: subordinare l’economia alle esigenze reali dell’uomo.” (Erich Fromm, Anatomia della distruttività umana, 1973)

La società richiede efficienza, essendo prevalentemente incentrata sul profitto. Noi tutti sentiamo quotidianamente  la pressione dell’efficienza in tutto ciò che facciamo.

Pertanto anche le nostre scuole non possono far altro che adeguarsi alle richieste della società e voler prima di tutto formare adulti efficienti, puntando prevalentemente sull’ ottenimento di risultati e su un conseguente sempre maggior rendimento.

“Ogni bambino per sua natura è curioso. Poi va a scuola.” -(Silvana Baroni, Laccati di cristallina neppure i fossili sono più quelli di una volta, 2007)

Efficacia ed efficienza sono concetti in effetti molto importanti ad esempio nel mondo del lavoro.Efficienza è la competenza è la prontezza nell’assolvere le proprie mansioni.

Efficienza  nel lavoro è la capacità di raggiungere i massimi risultati richiesti con minor costo possibile. Essere in piena e perfetta efficienza significa rendere al massimo.

“Sparisce il confine tra lavoro e tempo libero, e il primato del rendimento penetra nelle reazioni più sottili. Tutto diventa, anche contro la volontà dei soggetti, oggetto di calcolo.” -(Theodor Adorno, Minima moralia, 1951)

In partica, però significa anche ridursi ad essere dei robottini, delle macchinette senza personalità in grado di eseguire dei comandi alla perfezione, nel minor tempo possibile ed eventualmente senza mettere mai in discussione la ragione di quello che stiamo facendo.

La creatività, le relazioni, tutto ciò che non è produttivo viene considerato tempo perso, elementi che inficiano la qualità dell’efficienza.

“La farsa di molte persone laboriose. Con un eccesso di sforzo esse si procurano tempo libero e dopo non sanno farsene altro che contare le ore finché non siano trascorse.” -(Friedrich Nietzsche, Umano troppo umano II, 1879/80)

Mentre l’efficienza valuta l’abilità di eseguire una determinata azione impiegando le risorse minime indispensabili, l’efficacia indica la capacità di raggiungere l’obiettivo prefissato.

Efficacia infatti è la capacità di produrre l’effetto e i risultati voluti.

In quest’ottica, l’efficacia di un provvedimento, di un’azione o di un’attitudine è direttamente proporzionata alla generazione degli effetti connessi al suo compimento.
Le azioni possono essere efficienti ma per niente efficaci ed anche l’incontrario.

Siamo molto efficaci e molto efficienti quando raggiungiamo il massimo spendendo il minimo e ottenendo il risultato prefissato.

Allora, prediligere una o l’altra, facendo una distinzione tra l’ efficienza e l’efficacia o …servono entrambe? Possiamo far diventare tutti efficienti ed efficaci allo stesso tempo?

Come possiamo formare i nostri ragazzi senza farli sentire degli incapaci, inadeguati a questa società competitiva?

“Dopo aver tanto predicato la virtù del duro lavoro, è difficile che le autorità possano proporre un paradiso dove si fatichi poco e ci si riposi molto. È più probabile che esse trovino continuamente nuovi sistemi per dimostrare che il tempo libero deve essere sacrificato alla produzione.” – (Bertrand Russell, Elogio dell’ozio, 1935)

Reputo la mia soluzione efficiente ma soprattutto efficace in termini di realizzazione personale di ognuno di noi.

Se efficiente è chi fa le cose nel modo giusto, efficace è chi fa le cose giuste.

Efficienti dovrebbero essere le macchine che creiamo e utilizziamo nel quotidiano, per produrre in modo impeccabile sempre lo stesso tipo di risultato.

Ad esempio il PC che stiamo utilizzando deve essere veloce e affidabile. I robot industriali per i lavori in catena devono essere in grado di produrre il risultato per il quale sono stati creati nel tempo concordato.

È vero che attualmente ci sono persone che lavorano in questo modo, come le macchine senza fare obbiezioni, persone abituate alla routine e che sembrano preferire questo tipo di lavoro. In realtà sono reduci di un’era industriale, di insegnamenti ricevuti da una scuola in cui questi erano gli obbiettivi primari, creare forza lavoro, manodopera efficiente.

Anche se i tempi sono cambiati, rimane in molti questa abitudine radicata come unico modo possibile, per vari motivi come la mancanza di autostima o di coraggio di cambiare. In alcuni casi addirittura si tratta di persone arrese alla vita e alle difficoltà, che hanno perso la gioia della creatività, dell’appagamento derivante dal lavoro e dall’ autorealizzazione.

Efficaci invece dovrebbero essere le persone, affinché trovino strategie utili al raggiungimento di uno scopo finale, utilizzando soluzioni creative. Nel attuale mercato del lavoro è sempre maggiore la richiesta di capacità di problem solving, di proposte innovative.

L’efficacia prevede avere una libertà di pensiero, una libertà personale e una capacità di assunzione delle responsabilità. È una grossa perdita per un datore di lavoro non essere disposto a incentivare la gratificazione lavorativa dei collaboratori derivante dalla libertà di azione.

“La scuola oggi è incapace di sviluppare quelle competenze e quei talenti che sono oggi necessari per continuare ad appartenere a una società industriale avanzata. È talmente distaccata dalle vere esigenze del mondo del lavoro da essere diventata, in larga misura, una fabbrica di disoccupati con la laurea.” -(Piero Angela, Nel buio degli anni luce, 1977)

Fortunatamente i nostri bambini possono essere la generazione in grado di acquisire queste capacità in maniera molto semplice. Se nelle nostre scuole ci ispirassimo agli insegnamenti di Maria Montessori, i nostri figli sarebbero in grado di sviluppare le nuove competenze indispensabili nel mondo del lavoro di oggi.

“I miei problemi sono iniziati con la prima educazione. Andavo in una scuola per insegnanti disagiati.” -(Woody Allen)

L’efficacia deve quindi precedere l’efficienza.

Ha senso lavorare 12 ore al giorno con disciplina, determinazione e sacrificio se quello che stiamo facendo lo reputiamo sbagliato, lo facciamo senza gioia, lo reputiamo inutile perché non ha uno scopo finale valido o non appaga il nostro bisogno di realizzazione personale?

Dovremmo riconsiderare il valore dell’efficacia, quindi della capacità di individuare soluzioni semplici ed originali a problemi complessi, considerando di primaria importanza l’obbiettivo finale.

L’efficacia è massimizzare il risultato minimizzando le risorse impiegate. 

Essere efficaci non significa solamente essere capaci di produrre un effetto, ma soprattutto saper identificare i giusti obbiettivi sui quali impegnarsi, e successivamente trovare strategie semplici ed originali per raggiungerli.

Mi piacerebbe conoscere le tue riflessioni o la tua personale esperienza , e ti chiederei di riportarla nei commenti qui sotto. Grazie!

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A presto!

GENITORE IDEALE – RELAZIONE EMPATICA

Purtroppo, siamo tutti vittime del pensiero comune, dell’ubbidienza come virtù superiore alle altre e soprattutto del suo ottenimento con tutti i mezzi a disposizione… perché l’alternativa è essere considerati cattivi genitori.

 

TI SEI MAI CHIESTO COME DOVREBBE ESSERE IL GENITORE IDEALE?

GENITORE IDEALE- RELAZIONE EMPATICAJPEG

“Un uomo che è stato l’indiscusso favorito di sua madre mantiene per tutta la vita l’atteggiamento interiore di un conquistatore, quella fiducia nel successo che di frequente porta al successo effettivo”. (Sigmund Freud, Un ricordo d’infanzia tratto da “Poesia e verità” di Goethe, 1917)

La preoccupazione principale di un genitore che vuole essere un buon genitore, anche di chi non necessariamete vuole essere il genitore ideale, è quella di fare del suo meglio nel educare i propri figli. E su questo non ci sono dubbi.

Tutti i genitori amano i propri figli e vogliono il meglio per loro, è molto raro che non sia così. Allora perché è così difficile farlo e i risultati così poco soddisfacenti, lungi dall’essere all’altezza delle nostre aspettative, nonostante i sacrifici e l’ impegno quotidiano messo in atto?

“Il vero perfetto Papà non delega del tutto alla mamma la diseducazione e rovina del proprio figlio.” (Aldo Busi, Manuale del perfetto papà, 2001)

 

È evidente che stiamo sbagliando qualcosa. Anche se non credo che ci sia una ricetta miracolosa che possa insegnare come far crescere figli totalmente felici e con tutte le carte in regola per esserlo per tutta la vita, ho la certezza che possiamo modificare alcune cose che nel lungo termine possano migliorare drasticamente sia il rapporto con i nostri figli che favorire la loro crescita armoniosa.

“Visto che non puoi cambiare i tuoi figli, proponi loro un’altra madre.” (Christiane Collange, Io, tua madre, 1985)

 

La principale occupazione per una neo mamma e l’assunzione di un’assoluta responsabilità della vita di suo/a figlio/a. Quindi si preoccupa di nutrirlo/a, di curarlo/a e di provvedere a tutte le sue necessità. Lo fa talmente bene, che in alcuni casi si dimentica addirittura di se stessa e delle proprie necessità.

Se ci si fa caso però, fin da piccoli le domande ricorrenti quando i figli vengono affidati ad altre persone, sono “ha mangiato?”, “ha fatto i bisogni?”, “ha dormito?” etc.

“Essere mamma non è un mestiere. Non è nemmeno un dovere. È solo un diritto fra tanti diritti.” (Oriana Fallaci, Lettera a un bambino mai nato, 1975)

 

Come genitori però, oltre a preoccuparci per le loro necessità fisiche, soprattutto ci preoccupiamo della loro standardizzazione. Siamo tutti affetti dalla stessa “malattia”: educare prima possibile dei figli ubbidienti, che ci facciano sentire bravi genitori, fieri di loro e dei loro comportamenti all’interno della società.

Quindi, anche e soprattutto che non ci espongano al giudizio della scuola o degli altri genitori, che purtroppo sono spesso prontissimi a criticarci per sentirsi anche loro un po’ migliori. A loro volta soffrono della nostra stessa “malattia”, quindi hanno anche loro bisogno di sentirsi bravi attraverso i risultati ottenuti tramite il comportamento dei bambini e non giudicati dagli altri.

In realtà quello che ci interessa e che è veramente importante per noi adulti è evidente dal modo in cui li trattiamo e da come ci rivolgiamo loro. A mano a mano che crescono, il nostro interesse si sposta infatti dalle loro necessità fisiche verso le necessità di standardizzazione, attraverso l’ubbidienza e la capacità di assunzione degli obblighi: “Hai fatto i compiti?”, “che voto hai preso tu…, e gli altri?”, “ non aiuti mai in casa, devi essere più responsabile, alla tua età io…”, “devi riordinare la tua stanza, se arriva qualcuno…”, etc.

“Anche il più turbolento, il più violento, il più ribelle dei figli è tale solo con l’espressa autorizzazione del padre, ed è il padre che, per una ragione a lui ignota, ha bisogno di quel sobillatore, di quella spina piantata nel cuore della famiglia.” (Muriel Barbery, Estasi culinarie, 2000)

 

Questo approccio, questa necessità di responsabilizzarli in tutti i modi prima possibile, crea non poche difficoltà agli adulti.

Ci si sente costantemente sotto pressione, dovendo ottenere determinati risultati stabiliti in qualche modo dall’esterno. Inoltre si devono fare i conti anche con la ribellione e le resistenze da parte del bambino, sia perché lo percepisce come una violenza alla sua natura, al suo libero e vero modo di essere, sia perché avverte l’urgenza e il nervosismo del genitore.

“Quando tua madre ti chiede: “‘Vuoi un consiglio?'” si tratta di una pura formalità. Non importa se rispondi sì o no, te lo darà comunque.” (Erma Bombeck, cit. su The Week, 2002)

 

Personalmente, adoro tutti quei bambini che lottano quotidianamente contro delle modalità poco consone alla loro natura, contro metodi poco rispettosi dei loro bisogni, che hanno il coraggio di subire punizioni per far valere il loro diritto di esprimere il sentire interiore e, che non si piegano al volere del adulto senza aver almeno provato ad affrontarlo.

Lo so, con questo alcuni non saranno d’accordo, anzi forse la maggioranza, ma non importa. Questo sito esiste per questo, per cercare di piantare dei piccoli “semi di dubbio” nelle vostre menti, che nel tempo porteranno frutto (forse…, lo spero) almeno nel cuore di alcuni.

Purtroppo, siamo tutti vittime del pensiero comune, dell’ubbidienza come virtù superiore alle altre e soprattutto del suo ottenimento con tutti i mezzi a disposizione… perché l’alternativa è essere considerati cattivi genitori.

“Credo che si diventi quel che nostro padre ci ha insegnato nei tempi morti, mentre non si preoccupava di educarci. Ci si forma su scarti di saggezza.” (Umberto Eco, Il pendolo di Foucault, 1988)

 

Ma allora, mi chiedo perché non provare, per qualche giorno almeno, a concentrarci su altro, a vedere se ci sono cose da fare con modalità diverse da quelle che abbiamo già utilizzato finora?

Ad esempio se soltanto ci facessimo influenzare un pò meno da ciò che gli altri ci dicono che sia il giusto modo di educare…?

Se soltanto ci allontanassimo un pò dai canoni richiesti dall’attuale società e ascoltassimo un pò di più quello che risuona dentro di noi come verità..?

Se soltanto cercassimo di più quell’istinto materno o paterno che è insito nella natura umana…?

“Una bambina a cui fu chiesto dove fosse casa sua rispose: <<Dove c’è la mamma>>.”(Keith L. Brooks, cit. in Stories for the Family’s Heart, 1998)

 

Vorrei proporre un suggerimento che qualsiasi adulto può facilmente provare e verificarne subito l’efficacia o meno. La prossima volta che vedrai tuo figlio tornare da scuola (vale anche per gli insegnanti con i propri alunni), prova a sorridergli, a gurdarlo negli occhi, dirgli che sei contento/a di vederlo e chiedergli semplicemente come si sente.

Puoi provare con un’infinita gamma di domande, tutte ugualmente efficaci, ad esempio: “Hai avuto una buona giornata?”, “che sfide hai dovuto affrontare oggi?” (è scontato che ne abbia affrontato almeno una), “qual’è il tuo desiderio più grande in questo momento?”

Per mia esperienza personale, vi posso assicurare che assisterete a dei veri e propri miracoli, oltrettutto se protratto nel tempo. 😉

“Una buona madre vale cento maestri, perché questi vi istruiscono, mentre la mamma vi educa il cuore col sentimento.” (Angelo Mazzoleni, Il carattere nella vita Italiana, 1878)

 

Quanto detto finora non vuole assolutamente passare il messaggio che non è importante il fatto che i nostri bambini crescano educati, che il nostro ruolo non preveda degli insegnamenti e delle regole da impartire, in sostanza che diventino dei bravi cittadini futuri. Assolutamente no.

Ma è importante e molto più appagante, sia per noi che per loro, nonché una sicurezza della buona riuscita della relazione, che ci si preoccupi della persona per prima cosa in assoluto, e della sua emotività.

Una volta creata una buona relazione empatica, l’ insegnamento di qualsiasi cosa sarà facilitato e addirittura, in moltissimi casi automatico, senza fatica, senza necessità di urla o rimproveri.

“La saggezza del padre è il più grande ammaestramento per i figli.”  (Democrito, Frammenti, V-IV sec. a.e.c.)

 

Essere disponibili nei loro confronti, fargli capire che sono importanti per noi, che proviamo piacere ad occuparci di loro e del loro avvenire, che siamo felici di passare del tempo insieme a loro, renderà questi piccoli cuccioli d’uomo, future persone sicure di sé, con una buona autostima, in grado di riconoscere e praticare l’amore, l’unica virtù veramente necessaria a vivere una vita piena e con sane relazioni.

Provare per credere… non ti chiedo mica di fidarti di ciò che dico io. Ricorda solo che non hai nulla da perdere e che in pocchi giorni non potrà diventare un selvaggio. Se non sarai soddisfatto, potrai ritornare velocemente alle modalità precedenti, fatte di ricatti, manipolazioni e imposizioni… Buona pratica!

Spero che l’articolo ti abbia fatto riflettere anche solo un pò sulle modalità educative messe in atto da te o da altri che conosci e in qualche modo sia riuscita a piantare quel “piccolo semino dubbioso” da qualche parte dentro te stesso/a.

Mi piacerebbe conoscere le tue riflessioni o la tua personale esperienza, quindi ti chiederei di riportarle nei commenti qui sotto. Grazie!

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A presto!

SCUOLA IDEALE – STORIA

SCUOLA IDEALE – STORIA

 SCUOLA IDEALE.jpeg” La storia è poco più che il registro dei delitti, delle follie e delle disgrazie dell’umanità”.- Edward Gibbon

In questi giorni mi è capitato di leggere una notizia sulla COLUMBUS DAY e su Cristoforo Colombo. L’ eroe grandioso, il visionario che ha scoperto l’ America …ops, questo è quello che viene insegnato a scuola…

In questi giorni invece sento parlare di americani che distruggono le sue statue e di quanto fosse sanguinario Cristoforo Colombo, un criminale che ha massacrato e schiavizzato i nativi americani, e di quanto non fosse per niente un eroe.

“Storia. Resoconto per lo più falso di eventi per lo più irrilevanti provocati da sovrani per lo più mascalzoni e da soldati per lo più folli.” – Ambrose Bierce, Dizionario del diavolo, 1911

Credo di essere la persona meno adatta al mondo a parlare di storia, in quanto l’ ho sempre odiata e quindi mi sono rifiutata di studiarla. Per me la storia, oltre ad essere un susseguirsi di atrocità, guerre e genocidi, è sempre stata un’ enorme menzogna che veniva raccontata da storici più o meno consapevoli e complici delle istituzioni, adattandola a favore del paese d’appartenenza.

“I libri di storia vanno considerati come opere di pura immaginazione. Sono racconti fantastici di fatti mal osservati, accompagnati da spiegazioni inventate a cose fatte. Se il passato non ci avesse trasmesso le sue opere letterarie, artistiche e monumentali, non conosceremmo nulla di vero.” – Gustave Le Bon, Psicologia delle folle, 1895

Successivamente, gli insegnanti non fanno altro che riproporla, dando i voti migliori a chi sa ricordare le date e i fatti, così come sono scritti nel libro di testo. Per lo meno questa è stata la mia esperienza con la storia. Molte volte, parlando del mio pensiero, trovavo pareri contrariati di gente che invece la storia l’aveva studiata. In effetti, venivo un po’ assalita dal dubbio, quando mi dicevano che era importante perché la storia insegna a non fare gli stessi errori, che la storia personale bisogna conoscerla e onorarla, così come quella del proprio paese perché sono le proprie radici.

“Uno spirito serio, onesto non capisce nulla, non può capire nulla, della storia. In cambio questa è mirabilmente adatta a nutrire di delizie un erudito sardonico.” – Emil Cioran, L’inconveniente di essere nati, 1973

Non sono per niente sicura di voler imparare a memoria cose raccontate da altri, di cui non ho la certezza dei fatti, ed anche fossero veri questi fatti, non sono sicura che mi potrebbero realmente servire. A tal proposito, il fatto che personaggi come Karl Popper affermi che i fatti storici possono essere soltanto interpretazioni, o come Voltair dichiari che la storia non è altro che delitto e sventure, sono giustificata a credere che forse non è soltanto la mia esperienza o una mia personale impressione, pertanto, almeno per adesso, rimango contenta di aver provato una certa repulsione verso la storia.

“La storia non conosce soluzioni, ma situazioni.” – Nicolás Gómez Dávila, ibidem

In realtà, credo che conoscere bene i fatti storici renda cinici e prevenuti. Penso che sia principalmente questo, il piacere che si prova a parlare di condottieri e di sanguinari divenuti improvvisamente degli eroi. Ci si identifica nei loro pensieri, nel loro potere su un altro essere umano, nelle loro strategie di guerra e si apprezza la loro intelligenza a servizio della malvagità messa in atto. Già, anche se tutto questo è a discapito di esseri umani, è però al servizio della propria buona causa, alla propria patria… Chissà perché mi viene in mente la nuova moda di chiamare le guerre “missioni di pace”, si saranno forse ispirati alla storia…?

I piccoli assassini fanno la piccola cronaca; i grandi massacratori la grande storia.” – Roberto Gervaso, La volpe e l’uva, 1989

Orrore, puro orrore è ciò che provo pensando che cose e persone come queste vengano insegnate ai nostri figli come meritevoli, degne di essere commemorate.

Disgusto è ciò che provo anche pensando all’ipocrisia del sindaco di Genova rivolgendosi agli studenti, parlando di un sanguinario schiavista, responsabile di crudeltà che non dovrebbero neanche esistere nell’immaginario dell’ essere umano, riportandolo invece come modello: “L’impresa di Colombo deve insegnarci che le nostre coscienze non devono essere assopite e che è fondamentale osare: affrontate tutto con spirito critico, formate le vostre opinioni, anche se la vostra voce è fuori dal coro e magari venite considerati dei visionari, proprio come Colombo”

“Torture, massacri, roghi: ecco la storia! La storia è un carnaio. Non lo rimuginate più per conoscere questo passato di notte e di sangue. Bisogna cercar la luce nell’avvenire.”- Octave Mirbeau, I cattivi pastori, 1897

Io non sono un’insegnante, non ho la capacità di suggerire come bisogna insegnare la storia o se sia utile insegnarla oppure no. Io so solo che, se potessi farei esonerare mio figlio dall’apprendimento di queste nozioni e fatti accaduti in passato, falsi oltre che atroci. Mi piacerebbe che il tempo impiegato attualmente per insegnare la storia, fosse invece dedicato all’insegnamento di educazione emozionale o filosofia, di educazione civica o al massimo di tecnologia, materie che sicuramente serviranno in futuro.

“Il nostro unico dovere nei confronti della storia è di riscriverla.” – Oscar Wilde, Il critico come artista, 1889

Per adesso ho forti dubbi che io possa cambiare il mio pensiero, adesso ulteriormente rafforzato dal fatto che non ho trovato neanche una citazione a favore della storia. Ciò non toglie che mi piacerebbe che qualcuno porti delle evidenze per le quali io mi possa ricredere delle mie considerazioni.

“Da qualunque lato si guardi la storia d’Europa, si vedrà che è un tessuto di delitti, di follie e di disgrazie.” -Oliver Goldsmith, Il cittadino del mondo, 1762

Mi piacerebbe conoscere la tua esperienza con la storia, e ti chiederei di riportarla nei commenti qui sotto. Non parlo solo di esempi negativi, ma anche positivi, di chi forse ha avuto il privilegio di impararla o magari di insegnarla in maniera differente da come l’ho vissuta io. Grazie!

“La verità è nella storia, ma la storia non è la verità”. -Nicolás Gómez Dávila, ibidem

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A presto!