PROBLEMI? – COUNSELOR, UN AIUTO CONCRETO

PROBLEMI? – COUNSELOR, UN AIUTO CONCRETO

Sentiamo molto parlare di counselor, ma chi è il counselor e che cos’è sto benedetto counseling?

Ora ne parliamo cercando di mettere in evidenza le distinzioni con le altre professioni e cercando soprattutto di capire quando ci può servire rivolgerci ad un counselor.

Il counseling è una nuova professione riconosciuta dalla legge n. 4 del 14 gennaio 2013, pubblicata nella GU n. 22 del 26/01/2013″. Il counselor che raggiunge gli standard previsti dalla norma tecnica UNI (di cui alla direttiva 98/34/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 giugno 1998, e sulla base delle linee guida CEN 14 del 2010), ottiene una certificazione da parte di un organismo terzo indipendente accreditato presso l’Ente nazionale di accreditamento, quindi risulta iscritto nelle varie associazioni professionali.

 Il counseling è una relazione d'aiuto.

Se non riusciamo a inquadrare il problema, probabilmente, il problema siamo noi. -Mario Bucci

 Tutti abbiamo dei problemi, tutti noi nella vita incontriamo delle difficoltà, direi quotidianamente.

Queste difficoltà però non sempre sono dovute a problemi psicologici e non sempre sono destinate a diventare delle patologie. Non necessariamente abbiamo bisogno di un approccio medico a questi nostri problemi quotidiani.

Spesso non abbiamo bisogno di un professionista come ad esempio uno psicologo o uno psichiatra per risolvere le problematiche che incontriamo nella vita, nelle relazioni o con i nostri figli o genitori.

Più spesso abbiamo bisogno di un amico, come quando eravamo bambini “un amico del cuore”.

Se osservi abbastanza attentamente il tuo problema ti accorgerai di essere parte del problema. – Arthur Bloch

Eh si, va beh… un amico. E che ci vuole…? Mi potresti dire che tu hai già un sacco di amici e quindi sei a posto, non hai più bisogno di nulla, giusto?

Purtroppo non sempre abbiamo amicizie così profonde e tanto meno appositamente formate per poterci essere realmente d’aiuto. Inoltre pretendiamo da loro un aiuto che non sono in grado di darci.

Anzi, molte volte, in particolari momenti difficili della nostra vita, diventiamo delle vere e proprie “lagne”, gente da evitare, riuscendo ad allontanare i nostri amici.

Spesso abbiamo bisogno di parlare per poter risolvere un determinato problema, per avere una visione diversa, per non sentirci solo semplicemente ascoltarti ma innanzitutto capiti.  Ma non è tutto qui…

Il problema più grande: Non saper affrontare il problema. – Santy Giuliano

Oltre al fatto che il counselor può essere quella guida che ti aiuta a superare vari momenti difficili o problemi della tua vita quando questi non sono dovuti ad una patologia, è dotato di alcune caratteristiche che fanno si che può essere determinante nel superamento di queste difficoltà sia personali che relazionali.

Entriamo però nel dettaglio di che cosa significa realmente il counseling e di che cosa il counselor può fare per te concretamente, esaminando solo alcune delle sue caratteristiche, ma estremamente necessarie per poter svolgere la professione:

1) L’osservazione

La sua osservazione non è finalizzata a fare diagnosi, ma solo per aiutarti ad individuare ciò che ti crea sofferenza e quindi per aiutarti a cambiarlo.

Attraverso l’osservazione, il counselor ti aiuta a renderti consapevole delle tue emozioni e dei tuoi sentimenti, di quello che stai vivendo nel presente, quali sono le emozioni specifiche che ti guidano nelle tue scelte.

Ciò che fa la differenza, non sono gli ostacoli e i problemi che hai, ma come reagisci per affrontarli. La differenza la fai soltanto tu. – Santy Giuliano 

2) Ascolto

Per instaurare una buona relazione, l’ascolto deve essere asolutamente privo di giudizio.

L’ascolto è fondamentale per costruire delle relazioni basate sulla fiducia. Il counselor utilizza questo tipo di ascolto e ti aiuta a metterlo in pratica nelle tue relazioni.

I problemi sono solo opportunità in abiti da lavoro. – Henry John Kaiser

3) Fiducia

La fiducia che nasce da un ascolto senza giudizio e una roccaforte per tutte le relazioni. A prescindere dalla tematica che si affronta la fiducia viene determinata dalle capacità, dall’ascolto e dall’osservazione del counselor.

In questo modo, chiunque può imparare un nuovo modo di comunicare che può migliorare le proprie relazioni, indipendentemente dal problema iniziale.

È fondamentale creare migliori relazioni tra gli esseri umani e dare il proprio personale contributo a questo scopo. – Tenzin Gyatso 

4) Autonomia e libertà 

Bisogna anche specificare che il counselor non ti risolve i problemi, non ti da le soluzioni sostituendosi nelle tue scelte, ma ti aiuta a raggiungere le tue soluzioni, a risolverle da solo nella più totale libertà di agire.

Il counselor ti aiuta a trovare dentro di te le risorse per affrontarle le tue difficoltà, ti aiuta a migliorare la tua autostima, ad avere fiducia in te stesso e nelle tue potenzialità.

Ti aiuta a sperimentare nuove strade nuovi modi di approcciare i problemi.

È sempre caro agli dèi e agli uomini colui che si aiuta da sé. – Ralph Waldo Emerson

5) Accettazione incondizionata

Il counselor ti accetta per quello che sei senza giudizio, accoglie tutti i tuoi sentimenti senza giudicarti, perché comprende le debolezze umane. Il counselor sa che la vita è un continuo processo di crescita e di maturazione, che siamo tutti uomini in divenire.

Pertanto sarebbe inopportuno non accettare incondizionatamente le persone per quello che sono e semplicemente aiutarle nel momento che esse decidono autonomamente di migliorarsi.

Così si affrontano i problemi: agendo adesso! Agisci! Le uniche remore siete tu e le tue scelte nevrotiche, scelte che hai compiuto in passato perché non credevi di avere la forza che hai in realtà. Quant’è più semplice agire! – Wayne Dyer

Comprenderai quindi che a differenza del tuo migliore amico che, per quanto empatico possa essere, non è specializzato in un ascolto attivo, in un’osservazione senza giudizio o per accoglierti incondizionatamente.

Al contrario il counselor è preparato appositamente per aiutarti a riguadagnare la fiducia in te stesso, a recuperare la capacità di risolvere i tuoi problemi e a  vedere il problema da un altro punto di vista.

Il counselor non ti giudica, non si impone nelle tue scelte, non ridicolizza i tuoi errori passati. Il counselor non risolve i tuoi problemi al posto tuo e non ti da delle soluzioni pronte.

Il counselor è formato per aiutarti a superare i momenti difficili, affrontare un determinato problema, ma soprattutto per insegnarti come superarne altri in autonomia. Tutto questo con le tue risorse interiori che aspettano solo di essere individuate.

Il counselor ti fa da guida ti da sostegno, comprensione, ti aiuta ad essere più autonomo, a recuperare fiducia, ti insegna a utilizzare la tua unicità e le tue risorse per superare la difficoltà e recuperare serenità, il tutto in massimo 10 incontri.

Partendo da questi presupposti, è chiaro che il counseling non è terapia psicologica o psicanalisi ma piuttosto una rieducazione dell’essere umano, come dicevo inizialmente appunto una relazione d’aiuto.

"Educare è un aiuto alla vita". Maria Montessori 

A volte noi pretendiamo tutto questo dalle persone che abbiamo accanto a noi, dai genitori, dagli amici o dal patrner, che però non hanno possibilità di essere come noi vorremmo, a patto che non abbiano seguito corsi specifici.

In base al mio personale percorso intrapreso fino ad oggi, ti posso garantire che si può cambiare molto, noi possiamo cambiare e automaticamente possono cambiare le nostre vite.

Se vuoi raccontarmi delle tue difficoltà, della sofferenza che provi quando ti sembra di non avere alternative, se pensi di avere un problema per il quale il counselor potrebbe esserti d’aiuto clicca qui.

Se hai avutto invece a che fare con questo argomento da vicino, se per tua personale esperienza hai frequentato qualche counselor o qualche corso specifico, mi piacerebbe se lo riportassi nei commenti. Grazie!

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A presto!

GENITORE IDEALE -SOFFERENZA PER LA DIVERSITA’

 

GENITORE IDEALE -SOFFERENZA PER LA DIVERSITA’

In questi giorni, mentre stavo leggendo un libro sull’ adolescenza di ragazzi con la sindrome di Asperger, ho avuto conferma di alcune cose sulle quali avevo molto ragionato ultimamente, una di queste è la sofferenza.

Ho sempre pensato che una qualsiasi diagnosi crei una percezione di diversità, che possa aumentare alcune problematiche già presenti nelle nostre vite quotidiane, come in questo caso, la sofferenza di essere o di sentirsi appunto “diversi”, come se la diversità fosse necessariamente un difetto.

In effetti in questo libro si parla di varie problematiche, attraverso anche il racconto della storia vissuta da un ragazzo dall’infanzia, passandro per la preadolescenza ed anche poi, nell’adolescenza.

Così ho avuto ulteriore conferma di quello che ho sempre pensato, su una terribile sofferenza causata soprattutto dalla solitudine, dovuta al fatto di sentirsi diversi.

“La sofferenza peggiore è nella solitudine che l’accompagna.”- André Malraux (La condizione umana, 1933)

Una solitudine forzata, una non appartenenza al gruppo dei “normali”, una sofferenza causata primariamente dal sentirsi diversi, molto più che dal venire trattati da diversi, rischio che aumenta notevolmente in presenza di patologie o di disturbi di qualsiasi tipo, sia visibili che non.

I cosiddetti ragazzi “normali” possono vivere il periodo adolescenziale con tutte le sue difficoltà, ma con una grande certezza, quella di appartenenza ad un gruppo di loro simili, indipendentemente che si tratti del gruppo famiglia, gruppo d’amici o gruppo d’aggregazione sociale.

Può succedere ad esempio di vivere una situazione di incomprensione o di conflitto con la famiglia, ma loro prendono comunque vigore da un forte e stabile senso di appartenenza con il gruppo dei coetanei, un’unione che fortifica perché simili tra loro.

“Le sofferenze, dicono, migliorano l’uomo. Visti i risultati, proverei con la felicità.” – Pino Caruso

Ma ti sei mai chiesto cosa succede quando il ragazzo è diverso, si sente diverso o viene trattato diversamente e non riesce a inserirsi in un gruppo di suoi simili e creare quell’aggregazione e quel senso di sicurezza e di forza che solo l’unione di un gruppo di pari può darti?

Ogni giorno si sente come un alieno sulla terra, ancor più quando, trovandosi alle porte dell’adolescenza, il ragazzo acquisisce più consapevolezza della sua diversità.

Credo che questo provochi una sensazione di solitudine, come quando all’improvviso ci si trova completamente da soli catapultati in un paese straniero, dove non si ha nessuno e dove non si riesce neanche a comunicare nella lingua locale.

La sofferenza è aumentata ulteriormente dalla consapevolezza che non è un soggiorno temporaneo ma, al contrario la permanenza in quel paese straniero della sua “diversità” è definitiva. Un paese dove non esiste la certezza di una possibile integrazione imparando una nuova lingua per potersi fare dei nuovi amici.

Una sofferenza dovuta alla consapevolezza della quasi certezza che probabilmente non esiste una cura per riuscire in un prossimo, o forse nemmeno in un lontano futuro, di poter ritornare nel paese della “normalità”.

“Se fosse vero che le sofferenze rendono migliori, l’umanità avrebbe raggiunto la perfezione.”  – Alessandro Morandotti 

Ecco che, se è quasi normale che nell’adolescenza ci troviamo a dover affrontare varie problematiche di tipo psicologico, nei ragazzi “diversi” la depressione è quasi certa.

Ma come facciamo ad educare gli adulti che hanno interazioni con questi ragazzi, che non li capiscono e che spesso sono convinti che la sofferenza faccia loro solo bene, che la sofferenza rafforzi il carattere e che li tempri, che in qualche modo hanno bisogno di essere preparati alla vita che verrà?

Serve capire che la frustrazione derivante dall’insuccesso di qualsiasi tipo, in una situazione dove l’insuccesso è quotidiano e dove è diventato la norma, non tempra per niente ma anzi, riesce solo a far abbassare ulteriormente l’autostima e la capacità di credere in se stessi.

Serve capire che una frustrazione per dei desideri non realizzati, in una situazione dove il ragazzo non è per nulla contento di come sta andando la  sua vita, non lo rende ragazzo viziato, ma semplicemente li rende il quotidiano un pò più soddisfacente, dandoli più carica per affrontare un nuovo giorno di insoddisfazione, di insuccesso e di “diversità”.

Non è vero che la sofferenza nobilita il carattere; la felicità a volte lo fa, ma la sofferenza, il più delle volte, rende gli uomini meschini e vendicativi. – William Somerset Maugham

Non è forse vero che siamo tutti convinti che la frustrazione, l’insuccesso, la privazione ci rendano più forti? Che nel momento stesso in cui viviamo una situazione di disperazione, una grossa perdita o compiamo un grave sbaglio che ci costa molto in termini di perdite, è allora che diventiamo più forti e cresciamo?

Tutto ciò può essere tremendamente vero, lo credo fermamente anche io. Le più importanti lezioni le ho imparate in questo tipo di situazioni difficili che ho incontrato nella vita e sono state le più grandi occasioni di crescita.

Non possiamo negare però che accanto alle difficoltà incontrate, nessuno di noi ha avuto insuccesso in tutti i campi della propria vita. Magari hai avuto problemi di lavoro, ma ti hanno sempre sostenuto le amicizie ed i famigliari, dove trovavi sempre conforto.

Se hai avuto invece il partner che ti ha lasciato, magari sei uscito di più con degli amici e ti sei applicato di più nel lavoro facendo più carriera. È difficile che una persona subisca dei periodi talmente sfortunati da perdere tutto insieme e riusire contemporaneamente a rimanere comunque indenne, senza avere la necessità di un supporto psicologico.

“Non basta soffrire. Bisogna anche saper soffrire. Solo così il dolore educa, matura, riscatta.” – Roberto Gervaso

Tutto quello che serve è mettersi realmente in ascolto dei loro pensieri, conoscere i loro sentimenti, avere un pò di sensibilità e riuscire a vedere quale è la  loro situazione di partenza.

Infatti la sofferenza può essere utile, ma è una  questione di quantità, di riuscire come un’alchimista ad impiegare tutto nei giusti dosaggi.

A volte vogliamo motivali, spronarli a reagire, vorremmo solo che diventassero più grintosi, ma non sapendo bene come fare, usiamo dei metodi e delle modalità che riescono solo ad allontanarci da loro.

Non possiamo non preoccuparci del loro benessere emotivo prima di occuparci delle regole che dovrebbero rispettare. Per un ragazzo “diverso” è fondamentale avere una buona relazione empatica con le persone intorno a lui, sentirsi accettato per quello che è.

Noi vorremmo proteggerlo dalle difficoltà della vita, ma l’unica buona eredita che possiamo lasciarli è di volersi bene, accettarsi e amare la sua diversità.

Ma tutto questo non è possibile se noi per primi non lo accettiamo, non lo apprezziamo, non lo amiamo proprio perché è diverso, ed invece lo vorremmo normalizzare e conformare ad un modello.

Dato che nella nostra mente esiste un bambino ideale, quando vediamo questi ragazzi la nostra è prevalentemente una sofferenza per il fatto che loro non siano neanche un pò vicini a quel nostro modello.

Ci concentriamo su quello che il ragazzo non sa fare, su quello che non è, su quello che non sa, su quanto non sia come quel nostro ideale, come quello che la società ci dice che dovrebbe essere un ragazzo “normale”.

“Il grande errore umano è di soffrire. Guai agli infelici!  E l’universo trionfa nel cuore di uno scellerato soddisfatto.”   – Jean Rostand

Soprattutto nell’esperienza scolastica viene evidenziata una discrepanza enorme, difficilissima da colmare, tra quello che il ragazzo dovrebbe imparare e quello che realmente impara.

Il nostro sistema scolastico vorrebbe essere inclusivo ma è fortemente competitivo. Premia i risultati e mette in risalto laddove ci sono delle difficoltà, molto spesso provoca danni.

Queste difficoltà scolastiche si aggiungono a quelle già esistenti. Col crescere aumenta la possibilità che il loro equilibrio emotivo e di difficoltà di  socializzazione diventi ancor più precario.

Si aggiungono i turbamenti ormonali, vorrebbero maggiore vicinanza con gli altri ed anche avere più libertà e autonomia dalla famiglia. Necessitano di sentirsi parte di qualcosa, di andare a prendersi il loro spazio nel mondo, di fare le loro prime conquiste.

Ma come è possibile che loro possano fare tutto questo, se non abbiamo insegnato loro ad amarsi ,ad apprezzare le loro qualità, ad avere fiducia nelle loro capacità..?

Soprattutto come possiamo insegnare loro tutto questo, se noi per primi non riusciamo a vedere il bello che c’è nelle loro peculiarità, se non abbiamo fiducia che troveranno la loro strada pur diversa dalle nostre aspettative iniziali, se non trasmettiamo loro la nostra gioia per la loro unicità..?

“Non si può avere compatimento per gli altri, quando abbiamo troppo da soffrire per noi stessi.” – Luigi Pirandello

Raccontami cosa ne pensi delle difficoltà adolescenziali, del bisogno di frustrazioni per crescere, della sofferenza per solitudine dovuta alla diversità.

Se hai avutto invece a che fare con questo argomento da vicino, o con una tua personale esperienza, mi piacerebbe se la riportassi nei commenti. Grazie!

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A presto!

 

SCUOLA IDEALE- LA TERZA VIA

SI ESISTE, E’ LA TERZA VIA

la terza via

LA TERZA VIA

Oggi vorrei presentarvi una terza via,un nuovo modo di relazionarsi, al contrario di ciò che per millenni abbiamo conosciuto, un’unica modalità.

Siamo stati conquistatori e accumulatori di ricchezze, con esiti devastanti evidenti a tutti, individuabili persino  da chi come me, prova una certa avversione per la storia.

Non ci tengo particolarmente che tu sia d’accordo con il mio punto di vista, ma non puoi negare che da sempre nella storia dell’umanità  c’è stata una violenza e una crudeltà che non esiste in nessun’altra specie presente in natura.

Quello che io in realtà odio è, si la crudeltà contenuta nelle azioni accadute in passato, ma ancor di più le bugie contenute nella storia raccontata. Siccome la storia è una raccolta di fatti accaduti e magari edulcorati dalle più disparate giustificazioni, è soprattutto una insieme di fatti raccontati da persone e pertanto subiscono inevitabilmente la soggettività di chi li descrive.

“Ogni paese della terra è aperto all’uomo saggio: perché la patria dell’uomo virtuoso è l’intero universo” -Democrito

Mai come nell’ultimo secolo siamo stati noncuranti delle conseguenze del nostro “progresso” e degli effetti del nostro agire, però non era di questo che volevo parlare… Abbiamo rimasto però poche scelte possibili riguardo il nostro futuro su questo pianeta… ce lo dimostra la nostra storia in diretta, lo svolgimento dei fatti di attualità.

La verità è che tutto è compromesso, ogni settore ha grossi problemi strutturali, con grosse difficoltà di ogni tipo, quindi dovremmo sentirci un po’ richiamati all’ordine, a quell’etica originale di rispetto verso la natura e verso tutto ciò che essa ospita, compreso l’essere umano.

Non si possono attuare dei cambiamenti, inventando nuove regole o nuove leggi, pretendendo di non cambiare nulla del nostro modo di essere e di interagire con gli altri. Quindi credo che sia sempre da qui che dovremmo ripartire, perciò anche, e soprattutto, con l’educazione e con l’insegnamento.

“Ogni progresso è dovuto agli scontenti. Le persone contente non desiderano alcun cambiamento.” -Herbert George Wells

Voglio credere che non tutto è perso, perlomeno non ancora… Credo fortemente che possiamo ancora cambiare qualcosa, cercare di invertire la rotta. Solo grazie ai nostri bambini potremmo avere ancora una speranza per il futuro.

Quando non subiscono i condizionamenti e i pregiudizi degli adulti, loro agiscono in maniera diversa dalla nostra, essendo già “tarati” su una visione rispettosa della vita e dell’alterità.  Infatti, loro riconoscono l’alterità come fonte di nuove esperienze, come opportunità di arricchimento culturale, come opportunità di crescita personale e non come origine di contrasti e disuguaglianze come invece capita a noi adulti.

“La grande disgrazia, l’unica disgrazia di questa società moderna, la sua maledizione, è che essa si organizza visibilmente per fare a meno della speranza come dell’amore; immagina di supplirvi con la tecnica, aspetta che i propri economisti e i propri legislatori le forniscano la doppia formula di una giustizia senza amore, di una sicurezza senza speranza.” – Georges Bernanos

Pertanto dovremmo cercare il più possibile di non nuocere nella loro spontanea crescita naturale, con le nostre convinzioni e con i nostri interventi educativi.

Possiamo migliorare l’essere umano solo attraverso l’educazione, invece la “ri-educazione” è decisamente più complicata. Di conseguenza si può creare una nuova società solo partendo  da un diverso approccio alle nuove generazioni, ma sicuramente soltanto partendo e passando prima per noi stessi.

Vedo quanto sono complicate le relazioni con i bambini e vedo una vita difficile per molti adulti.  Vedo bambini sofferenti a scuola, ragazzi depressi e delusi dagli adulti, vedo genitori disperati e sofferenti per il rapporto che hanno con i propri figli.

Vedo le aziende con il personale ribelle e ostile nei confronti dei datori di lavoro, vedo adolescenti senza più speranze nel futuro. Vedo malessere nelle scuole, e non parlo solo di alunni. Nelle scuole stanno male tutti… per primi i ragazzi costretti a subirla senza altra scelta, d’altronde sono obbligati ad andarci.

Ma a scuola appunto stanno male tutti, stanno male anche i professori. Insegnanti che hanno difficoltà a farsi ascoltare, senza strumenti per contenere i gruppi, alle prese con i genitori e con la burocrazia… che molto si lamentano, ma che non vogliono cambiare nulla del loro operato.

“Il futuro contiene quel che si teme o quel che si spera; dunque secondo le intenzioni umane, qualora non le si frustri, contiene solo quel che si spera.”- Ernst Bloch

E poi ci sono loro, gli angeli delle nostre scuole.  Sono insegnanti volenterosi e con un’ardente desiderio di cambiamento. Sono quelli che quotidianamente muoiono di frustrazione.

La giornata a scuola è una lunga agonia per la rabbia che non possono esprimere, per una voglia di innovazione che non ha spazio in un ambiente chiuso su se stesso, pieno di procedure opprimenti, che vuole continuare con il “si è sempre fatto così”.

Ecco io mi rivolgo a te, se fai parte di questi angeli, faticando tutti i giorni a sopportare l’insopportabile. Vorrei davvero aiutarti… vorrei che mi permettessi di ricordarti che, anche quando sei stremato, frustrato, abbattuto e demotivato perché ti senti solo contro tutti solo perché sei una minoranza, non sei solo…

Con questi miei articoli voglio restituirti delle riflessioni che possono servirti come boccata d’ossigeno nelle giornate più difficili, oppure che ti diano spunti e coraggio per comunque continuare. Ti suggerisco alcuni ambiti fondamentali nei quali dovremmo provare insieme ad operare:

  • Migliorare la comunicazione

Solitamente usiamo la comunicazione del tipo passivo/aggressivo  in tutti i contesti. In famiglia, al lavoro, a scuola utilizziamo formule vincitore/ perdente, alternandoci nei vari ruoli di vittima e carnefice.

Può capitare che più subbiamo il ruolo di vittima ad esempio al lavoro, più adottiamo il ruolo di carnefice in famiglia. Oppure ci cuciamo addosso un vestito personalizzato convincendoci di avere il carattere debole o forte, in base al nostro modo prevalente di affrontare le divergenze.

Nessuno penso che ami sentirsi vittima e subire l’atteggiamento o le parole offensive degli altri. Il problema è che per subire un atteggiamento offensivo non si devono ricevere necessariamente degli insulti.

Quando non ci sentiamo capiti, quando ci sentiamo giudicati o ci sentiamo costretti dai sensi di colpa ad agire in un determinato modo è sempre una violenza che subiamo e che, nel tempo, genererà inevitabilmente frustrazione e rabbia.

Per combattere questo senso di impotenza e la frustrazione derivante, impariamo ad essere aggressivi a nostra volta, a rispondere con le stesse modalità violenti.

Ecco fatto, è pronto il gioco di violenza, con la stessa persona in momenti differenti quindi si alternano i ruoli di vittima/ carnefice, oppure con alcuni si subisce e poi ci si vendica prevaricando su altri.

“La differenza tra una richiesta e una pretesa non sta nel fatto che una è formulata in modo gentile e l’altra in modo brusco. La differenza sta nel modo in cui la persona che fa la richiesta tratta l’altra persona nel caso in cui essa non risponda positivamente.”– Marshall B. Rosenberg  

Siamo sicuri che non è possibile una terza via? Non potremmo invece allenarci all’utilizzo di una comunicazione non violenta e ad un nuovo modo di vivere tutte le relazioni, sia in ambienti domestici che formali?

La terza via propone un tipo di comunicazione dove tutti sono soddisfatti, dove tutti sono capiti nei loro bisogni, dove tutti cercano anche di soddisfare i bisogni altrui  e dove nessuno obbliga gli altri attraverso manipolazioni, costrizioni o punizioni.

  • Aumentare la consapevolezza

Tutti noi siamo il risultato delle nostre esperienze. A tutti purtroppo è capitato di vivere qualche  esperienza dove ci si è sentiti un po’ umiliati, derisi o non amati come avremmo voluto.

Queste esperienze possono aver provocato delle ferite e livello emotivo che vanno scoperte, riconosciute e curate. Moltissimi adulti restano ad un livello emotivo immaturo, di reazione e di sottomissione  alle emozioni.

Il risultato di queste esperienze nel tempo è una perdita di gioia e di fiducia negli altri e nella vita. A causa di questo si può reagire in vari modi a seconda del carattere del soggetto, ad esempio fuggendo dalla realtà attraverso isolamento o le dipendenze.

Oppure ci si può arrendere, sottomettendosi e deprimendosi, oppure sposare l’aggressività come migliore strumento di difesa e usando crudeltà e sopraffazione.

“Nella consapevolezza non c’è divenire, non c’è nulla da guadagnare. C’è un’osservazione silenziosa senza scelta, senza condanna, da cui scaturisce la comprensione.” – Krishnamurti

Possiamo infatti allenarci alla consapevolezza attraverso le varie attività che svolgiamo quotidianamente, e attraverso la presa di coscienza delle proprie modalità e schemi personali. Se necessario, chiedendo aiuto a chi può sostenerci nei momenti più difficili.

La terza via propone di migliorare la consapevolezza attraverso la presenza responsabile nelle azioni quotidiane. Incentivare le attività che appagano mente, corpo e anima e cercare il più possibile di capire i propri schemi mentali e le ragioni delle proprie azioni.

  • L’accettazione

Abbiamo tutti un po’ sofferto la scarsità e pur con ottimi genitori, a volte anche emotiva, salvo pochissimi più fortunati. Questo non vuole assolutamente dire che i nostri genitori non sono stati amorevoli con noi o che non abbiano fatto del loro meglio per crescerci nel migliore dei modi.

Basta però così poco per non sentire pienamente soddisfatti i propri bisogni e quindi sperimentare delle vere e proprie mancanze. Non riuscire a sperimentare abbondanza ci rende poco disponibili ad accettare gli altri o soddisfare le loro necessità.

“Accettare l’altro così com’è, è veramente un atto di amore; sentirsi accettati significa sentirsi amati.”- Thomas Gordon

Possiamo invece coltivare l’ amore ed il rispetto ritrovato per noi stessi, che ci permette di accogliere  meglio anche quello per le persone che ci stanno attorno. Pertanto saremmo più propensi ad accogliere i bisogni degli altri una volta che lo avremmo fato per noi stessi.

Anche quando le nostre necessità sono già state ascoltate e soddisfatte, quindi, senza giudizio possiamo capire le ragioni dell’altro e sperimentare più empatia.

“La speranza ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per la realtà delle cose, il coraggio per cambiarle.” – Agostino d’Ippona

Abbiamo validi  esempi di personalità di spicco in tutti i campi che hanno parlato di possibili scelte differenti e suggerito delle alternative, come lo psicoterapeuta  Carl Rogers, lo psicologo statunitense Marshall B. Rosenberg, la pedagogista e neuropsichiatra Maria Montessori, l’educatore e sociologo Danilo Dolci e moltissimi altri ancora.

Pensi di poter modificare alcune delle tue abitudini nel definire quali possono essere delle nuove modalità da adottare affinche i tuoi alunni siano felici di collaborare e di apprendere?

Racconta pure la tua esperienza se ti va, infatti mi piacerebbe se la riportassi nei commenti. Grazie!

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A presto!

GENITORE IDEALE-BAMBINI TERRIBILI

RAGAZZI TERRIBILI

BAMBINI TERRIBILI

Oggi parliamo di bambini terribili, di tutti quei figli che fanno impazzire i propri genitori, di quei bambini ribelli capricciosi, oppositivi, etc. Parliamo di quel tipo di bambino che nel quotidiano è molto diverso dall’immaginario così pieno di aspettative di una futura mamma.

Quel piccolo teppista, così differente da quell’ angioletto che invece sembra sia il bambino dei vicini o della tua migliore amica. Insomma, quello che a volte ti fa pensare “la fortuna, tutta agli altri..?”

Quando si mettono al mondo dei bambini, tutti noi genitori abbiamo numerose aspettative su come vorremmo che sia il nostro figlio e quale risultato vorremmo ottenere attraverso l’educazione.

Abbiamo delle idee piuttosto chiare soprattutto su che tipo di educazione abbiamo deciso di dare ai nostri figli, su ciò che troviamo accettabile oppure no, su quello che faremmo nel caso di capricci e così via.

“L’affetto dei genitori per i figli e dei figli per i genitori può essere una delle più grandi fonti di felicità, ma in realtà al giorno d’oggi i rapporti tra figli e genitori sono, in nove casi su dieci una fonte di infelicità per ambo le parti.” – Bertrand Russell

È innegabile invece che ci sono difficoltà in moltissime relazioni tra adulti e bambini, quindi anche tra genitori e figli. In base all’ esperienza di ognuno o alle proprie convinzioni si tende a pensare che la colpa sia o dell’uno o dell’altro.

Tutti noi siamo stati figli, quindi abbiamo già ben formata una nostra idea su cos’è giusto che un genitore faccia oppure no. Quindi solitamente o riproponiamo lo stesso modello ricevuto oppure l’esatto contrario.

Inoltre, avere un bambino terribile crea anche ulteriori problemi, al di fuori della relazione stessa. Hai mai fatto caso quanto giudizio si ha generalmente nei confronti dei genitori che lamentano le loro difficoltà con i propri figli?

Quanta gioia invece proviamo tutti quando la problematica non ci riguarda. Infatti, siamo tutti felici quando riceviamo complimenti sulla condotta dei nostri figli, quando ci riconosciamo o gli altri ci riconoscono nella definizione di “bravi genitori”, avendo dei bambini identificati come figli ben educati.

“Crescere un figlio richiede molta pazienza. Soprattutto da parte del figlio.” – El Perich

Cosa fare allora quando siamo stremati, stanchi e demoralizzati e magari subiamo anche le critiche di altri. Cosa possiamo fare quando a scuola ci dicono di avere dei bambini problematici o dei bambini maleducati? Cosa fare quando la realtà è così lontana dalle aspettative che avevamo in principio?

Ma soprattutto, perché il virus della ribellione e della disobbedienza non colpisce tutti i bambini ma solo il nostro? Per fortuna c’è un perché. E, voglio tranquillizzarti perché, dato che c’è un motivo, vuol dire che c’è anche una soluzione .

Purtroppo, può anche capitare che, andando alla ricerca di soluzioni, si peggiori la situazione. Spesso si trovano un’infinità di libri che sanno dirti solo cosa non devi fare, dove stai sbagliando, ma che mancano di vere soluzioni.

“I genitori si sono così convinti che gli educatori sappiano ciò che è meglio per i loro figli, che dimenticano che essi stessi sono i veri esperti.” -Marian Wright Edelman 

Siamo purtroppo così insicuri delle nostre capacità che non possiamo che fidarci dei consigli trovati. Alle volte troviamo innumerevoli liste a mo’ di ricettario su come crescere un figlio e queste sono le informazioni più pericolose.

È relativamente semplice stilare una lista di cose da fare e proporle come la soluzione a tutti i mali. Non è per niente difficile vendere una moltitudine di libri dai titoli che propongono soluzioni a tutte le tue difficoltà quotidiane.

Ma cosa succede quando queste ricette non funzionano con tuo figlio? Penso che come minimo inizi a dubitare delle tue capacità di genitore. Oppure ti senti tanto frustrato e non capisci più quale sia la giusta direzione.

Forse inizi a pensare che, se quella era la soluzione miracolosa e con te non ha funzionato deve essere senz’altro colpa tua. Magari è colpa della tua incapacità di applicare dette regole oppure e colpa di tuo figlio e della sua irrecuperabile natura problematica.

Inizi a pensare che probabilmente lui non può essere soltanto un bambino terribile e che non c’è molto altro che tu possa fare fare e che presumibilmente ha qualche problema. Può capitare infatti anche che sia poi identificato e collocato in qualche diagnosi di patologia o disturbo del comportamento.

“Tutti i genitori fanno del male ai figli, è inevitabile. I giovani, come vetro puro, conservano le impronte di quanti li toccano. Alcuni genitori li macchiano, altri li incrinano, altri ancora li frantumano in mille pezzi, senza possibilità di recupero.” – Mitch Albom

Invece non sempre deve andare così. Ci sono soluzioni alternative e fortunatamente sono sempre più numerose.

Se ti dicessi che tuo figlio non vede l’ora di imparare da te, di sapere che si può fidare di te e di seguirti ovunque? Dentro di te lo sai anche tu che ho ragione, che quello che cerco di dire lo senti nel profondo.

O magari vorresti anche crederci, ma sei diffidente perché è così diverso da tutto quello che conosci e che vivi quotidianamente.

Il problema è solo che non c’è la soluzione facile che io possa scriverti qui. Non ti voglio preparare una ricettina con dieci regolette da applicare per tre volte al giorno oppure al bisogno, solo in caso di profonda disperazione.

Però ti posso dire, che tu puoi fare molto per cambiare le cose. È fondamentale che tu capisca che non ti sto dicendo che è colpa tua, che non sei totalmente responsabile di tutto quello che fa tuo figlio.

Lui è un essere a se stante, con le sue caratteristiche e le sue peculiarità, questo è innegabile. Ma tu puoi fare molto per voi e puoi aiutarlo a trovare la sua strada per esprimersi al meglio, per esternare ciò che c’è di buono in ogni essere umano, tanto più in un bambino.

“I bambini di oggi sono sottoposti a troppi stimoli che la loro psiche infantile non è in grado di elaborare. Stimoli scolastici, stimoli televisivi, processi accelerati di adultismo, mille attività in cui sono impegnati, eserciti di baby-sitter a cui sono affidati, in un deserto di comunicazione dove passano solo ordini, insofferenza, poco ascolto, scarsissima attenzione a quel che nella loro interiorità vanno elaborando.” – Umberto Galimberti

Ti posso dire però, che prima di preoccuparti di quanto tu sia un bravo genitore di fronte agli altri o di quante regole del galateo tuo figlio abbia memorizzato già, bisognerebbe che tu ti preoccupassi della vostra relazione.

Intendo proprio che dovresti analizzare attentamente che tipo di rapporto hai con il tuo figlio, sapere esattamente quanto si fida di te e di quanto rispetto ha dei tuoi insegnamenti?

Chiediti se riesci ad essere un buon esempio, se utilizzi metodi educativi rispettosi della natura dei bambini, oppure utilizzi le manipolazioni, le punizioni e i ricatti, ahimè come la maggior parte degli adulti.

Cadi anche tu, come molti genitori, nel tranello delle guerre, delle lotte di potere, nell’averla vinta tu per non rischiare di perdere il potere che hai su di lui? Sei proprio convinto che è proprio nato con lo scopo di distruggere la tua serenità? Ti sei mai chiesto il perché si comporta così?

E se lui fosse diventato nel tempo un bambino terribile solo perché non aveva alternative, perché sentiva che la ribellione era l’unico modo per far valere il suo diritto ad avere un’opinione, per poter esprimere un disaggio relazionale oppure per comunicarti che non si sente compreso.

“Non esiste rivolta senza la sensazione d’avere in qualche modo, e da qualche parte, ragione.” – Albert Camus

Allora, dato che tu sei il genitore e conosci meglio di chiunque altro la vostra relazione, io credo che tu non abbia bisogno di ricette miracolose per capire tuo figlio.

Ogni relazione è diversa e non credo che tu abbia bisogno dei consigli degli esperti, ma soltanto di osservarlo di più. Ascolta il tuo intuito per riuscire a capire ciò che ha da dirti e cerca di afferrare la ragione nascosta dei suoi comportamenti.

Ad esempio, molti genitori non vogliono minimamente ascoltare le richieste dei bambini riguardo alle cose che vorrebbero comprare, ne hanno quasi paura.

E se invece sognaste un pò ad occhi aperti insieme, magari facendogli delle domande sui suoi desideri, su ciò che sente che gli manca o che gli piacerebbe fare se avesse una bacchetta magica?

Potresti esternare anche tu i tuoi desideri e magari scopriresti che alcuni potrebbero anche essere realizzati con il tempo.  Raccontarvi i propri sogni e i propri desideri a vicenda, non farà altro che avvicinarvi. Potresti anche scoprire che tornare a sognare come un bambino per un pò non è così terribile.

In ogni caso non serve che tu vada a comprare ogni cosa che ti chiede, ma solo passare del tempo insieme a lui ed essere disponibile ad ascoltarlo. Questo atteggiamento nel tempo potrà portarvi alla conquista di una relazione più empatica.

“Una rivolta è in fondo il linguaggio di chi non viene ascoltato.” – Martin Luther King

Ci arrabbiamo perché siamo stressati, stanchi e demotivati, troppe volte insoddisfatti della vita o del lavoro che facciamo. Per approfondire il recupero della relazionecon il tuo figlio, se ti senti stanco e non sai come fare, leggi questo articolo..

Abbiamo bisogno di ritrovare il buono nei nostri bambini, coltivare con loro delle relazioni autentiche, ritrovare la gioia di condividere con loro un sorriso.

Una volta, appena nato c’era, ma poi è successo qualcosa ed ora non c’è più. Invece ci può essere di nuovo, e dipende solo da te. Sei tu l’adulto, quindi sei in grado di fare il primo passo verso di lui…

Prova ad accettare qualche suo piccolo errore senza rimproverarlo, tipo quando non usa la forchetta o quando rovescia il bicchiere a tavola, quando rientra pieno di fango dentro casa, oppure quando dimentica di fare il compito per casa.

Vedendo come ti comporti tu, capisce da solo quando sbaglia e che il suo modo di agire non è il più adatto. Ma ti sarà lo stesso grato per non averlo giudicato e quindi si sarà sentito più accettato, ed intanto impara.

“Il motore che determina nei bambini la capacità di crescere sia emotivamente che fisicamente è proprio questo: il sentimento di protezione.” – Lucia Atto

Sarebbe utile se riuscissi a ricordarti, semmai ti fosse capitato, quanto è stato bello provare quel senso di riconoscenza o quella automatica “voglia di voler bene” alla persona che invece di punirti o umiliarti quando hai sbagliato, con estrema tolleranza  ti ha semplicemente regalato un sorriso.

Ecco, questo potrebbe essere il mio unico consiglio, senza voler elaborare un altro ricettario: prima di sentenziare che lui è sicuramente un bambino terribile, uno problematico o che è una partita persa, ti inviterei a chiederti se una relazione diversa con tuo figlio sia possibile secondo te…

Di cercare di essere più tollerante, accettare il fatto che stia ancora imparando pertanto è scontato che ci siano degli errori da parte sua. Ricordati sempre che sta ancora imparando.

Dagli la possibilità di sbagliare e di correggersi e con il tuo aiuto, di poter rimediare. Sii solo disponibile ad ascoltare i suoi bisogni, i suoi sentimenti e le sue emozioni.

Anzi, ne avrei un altro di consiglio, di fare tutto questo anche con te stesso!

“Bisogna coltivare, soprattutto nei giovani, il coraggio di ribellarsi.” – Rita Levi-Montalcini

Racconta pure la tua esperienza se ti va, infatti mi piacerebbe se la riportassi nei commenti. Grazie!

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A presto!

GENITORE IDEALE –AMARE LA DIVERSITÀ DI TUO FIGLIO

 

Diversità, si possono imparare ad amare le diversità in tuo figlio?

Pur cercando la conformità, la diversità è ovunque, è tutta intorno a noi ed è l’unica cosa che ci accomuna tutti quanti.

E, direi meno male che siamo tutti un pò diversi, altrimenti vivremo in un mondo di manichini.

Nonostante siamo tutti diversi è naturale voler assomigliare agli altri, per un bisogno primario dell’essere umano di sentirsi parte di un gruppo.

“Dio ha fatto gli uomini diversi fra loro perché potessero meglio conoscersi.” – Roberto Gervaso

Il bisogno sociale è uno dei bisogni fondamentali. Essere riconosciuti dai propri simili, provare senso di appartenenza e ricercare sintonia e accettazione è uno dei bisogni primari dell’ essere umano.

Perciò è più che normale voler aderire a pensieri comuni, visioni o credenze comuni, che inevitabilmente ci fanno sentire simili e, di conseguenza, accettati dagli altri.

Inoltre, è difficile sfidare le credenze condivise perché spesso si tende a scambiarle per verità assolute.

“Nella civiltà occidentale contemporanea, l’unione col gruppo è la maniera più frequente per superare l’isolamento. È un’unione in cui l’individuo si annulla in una vasta comunità, e il suo scopo è quello di far parte del gregge. Se io sono uguale agli altri, sia nelle idee che nei costumi, non posso avere la sensazione di essere diverso. Sono salvo: salvo dal terrore della solitudine.” – Erich Fromm

Quando si tratta di educare i nostri figli però, potremmo avere qualche problema.

Il bisogno di omologare i nostri figli , o anche il tipo di educazione che si impartisce, rischia di non tenere conto delle regolari diversità di ogni bambino.

È tendenza comune voler adeguare tutti i bambini a degli standard comuni. In base all’età “devono” saper fare cose, essere in un determinato modo ed aver acquisito specifiche capacità.

Questo articolo serve per farti riflettere sulle tue azioni, impiegate quotidianamente nell’omologare  e rendere il tuo bambino più somigliante possibile al tuo bambino ideale, ma anche agli altri bambini,  al punto di annullare a volte la sua naturale diversità.

Se proseguendo con la lettura ti renerai conto di averlo fatto, è importante non accusarti o giudicarti, ma semplicemente iniziare ad applicare un modo diverso da quello adottato finora.

La diversità fa paura a tutti e tu non sei immune più di altri. Sicuramente tuo figlio ti perdonerà, perciò perdonati anche tu per primo e fai del tuo meglio da ora in avanti.

“È tempo per i genitori d’insegnare ai giovani che nella diversità c’è bellezza e c’è forza.” – Maya Angelou

Tu hai dentro di te la tua forza, e la tua guida interiore sa quello di cui il tuo bambino ha bisogno. Tu sai riconoscere meglio di chiunque altro le sue personali abilità, la sua unicità e i suoi punti di forza.

Il tuo bambino ha solo bisogno di essere visto per quello che è.

Ha bisogno di essere sostenuto da te, la sua principale figura di riferimento, e di non essere inibito, in modo che lui possa essere accompagnato e guidato alla sua autorealizzazione.

A volte riteniamo troppo scontati i talenti dei bambini e il loro temperamento individuale, e troppo spesso puntiamo il dito sulle loro debolezze.

Insistiamo nel farli diventare “bravi” in tutto, indirizziamo le loro energie sul recupero anziché sul potenziamento.

“È necessario cogliere negli altri solo quello che di positivo sanno darci e non combattere ciò che è diverso, che è “altro” da noi.” – Nilde Iotti

Dovremmo saper guardare alle debolezze come a quelle caratteristiche che non ci appartengono, come una tartaruga che non fa staffette, come un pesce che non vola, come una mucca che non fa le uova.

Se un bambino nasce biondo e non bruno è per te forse un problema?

Allo stesso modo, per qualcuno diventa un dramma dover fare dei calcoli, come per te dover cambiare la gomma dell’auto, per altri è una noia mortale il cucito o stirare, per altri ancora fare puzzle, rebus e persino cantare o disegnare.

“Un tulipano non si preoccupa d’impressionare nessuno. Non lotta per essere diverso da una rosa. Non ne ha bisogno. È diverso. E nel giardino c’è spazio per ogni fiore.” – Marianne Williamson

La natura è perfetta… allora perché darci talenti che non combaciano con il nostro progetto oppure darci solo debolezze di cui non ce ne facciamo nulla?

Perché dovrebbe essere un problema il fatto che si è più portati per una cosa piuttosto che per un’altra?

Questo non vuol dire che non possiamo o non dovremmo imparare un pò di tutto, anzi. Soltanto che questo desiderio deve poter nascere spontaneamente nell’animo di ognuno.

Se il bambino non si è sentito represso, non è stato sminuito, se ha potuto mantenere elevata la sua innata autostima, liberamente cercherà di migliorarsi, di maturare e di conoscere sempre di più cose.

“Il rispetto è l’apprezzamento della diversità dell’altra persona, dei modi in cui lui o lei sono unici.” – Annie Gottlieb

Dovremmo imparare proprio da loro. I nostri bambini sono i migliori maestri per quanto riguarda l’accettazione della diversità e il rispetto dell’ alterità. Basta guardarli mentre giocano con bambini sconosciuti solo fino a un minuto prima.

Loro non si giudicano, non si paragonano, non si commentano, sono loro stessi e sono sereni. Invece noi sappiamo molto bene che per noi adulti, e tra adulti, non è sempre così.

Succede spesso a scuola, ma succede purtroppo anche a casa. Paragoni con altri compagni o con i fratelli, ricatti o punizioni per ottenere che facciano come vogliamo noi, indurre sensi di colpa per non averci assecondati, giudizio costante sulle loro azioni, poca empatia, etc. creano indicibili danni all’autostima dei bambini.

Loro per natura sono collaborativi, ma il nostro imporci su di loro, farli sentire sbagliati, rende tutto più difficile, creando opposizioni e capricci, trasgressioni alle regole.

“Più si è intelligenti, più si scopre che ci sono uomini originali. La gente comune non trova differenze tra gli uomini.” – Blaise Pascal

Accettare la diversità di ognuno, l’unicità come dono, le peculiarità come caratteristiche apprezzabili, aiuterà tuo figlio a sviluppare una solida autostima e a sentirsi accettato molto di più di quanto possa farlo l’omologazione.

Il bisogno dell’autorealizzazione attraverso l’identità, l’autonomia e l’autostima è un bisogno superiore nella scala di Maslow  rispetto al bisogno di riconoscimento e dell’accettazione sociale.

Anzi è il bisogno più alto in assoluto, quello più maturo e caratteristico delle società e delle persone più evolute.

“Frequentare persone diverse da noi non allarga i nostri orizzonti; serve solo a confermarci nell’idea di essere unici.” – Elizabeth Bowen

L’accettazione e il rispetto per la sua diversità, come quella di chiunque altro, lo tiene al riparo dal bisogno di approvazione e riconoscimento esterno.

In pratica, gli stai insegnando di divenire ciò che già è, che essere se stessi e volersi realizzare, volersi autonomamente migliorare è più importante che conformarsi agli altri e far parte di un gregge per poter esistere.

“La bellezza non risiede nell’uguaglianza, bensì nella diversità.” – Paulo Coelho

Non per ultimo, gli insegnerai così la tolleranza e la capacità di accogliere l’altro. Devo correggermi, in realtà non glielo dovrai insegnare dato che è già innata dentro di noi, ma semplicemente contribuirai a mantenerla viva e concreta nella sua vita.

Se è vero che la poca tolleranza verso la diversità è una delle primarie fonti di infelicità e di conflitti, con un simile modo di essere nei suoi confronti avrai certamente contribuito alla sua futura felicità.

Mi piacerebbe conoscere le tue riflessioni o la tua personale esperienza, quindi vorrei che la riportassi nei commenti qui sotto. Grazie!

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A presto!

SCUOLA IDEALE  – Inclusione e disabilità

 

disabilità e inclusione

SCUOLA IDEALE  – INCLUSIONE E DISABILITA’

Se ne parla di continuo ovunque, la scuola dovrebbe essere una scuola più inclusiva. I ragazzi con disabilità rischiano molte volte di essere esclusi o comunque di vivere delle esperienze poco piacevoli. Nonostante le politiche inclusive, a volte c’è poca vera inclusione.

In base al tipo di disabilità, i problemi possono essere diversi, ma tutti ugualmente portatori di situazioni complesse.

Problemi di apprendimento, problemi di adattamento ai vari ambienti, scarsa possibilità di coinvolgimento in alcune attività o problemi per limitazioni di movimento, oppure problemi emotivi e di socializzazione, queste sono solo alcune delle difficoltà che questi bambini devono affrontare quotidianamente.

“Questi bambini nascono due volte. Devono imparare a muoversi in un mondo che la prima nascita ha reso più difficile. La seconda dipende da voi, da quello che saprete dare.” – Giuseppe Pontiggia

Se già la vita scolastica è complicata per molti bambini “normali”, tutto questo aggiunge ulteriore difficoltà ai ragazzi portatori di un qualsiasi handicap.

Cosa possiamo fare per rendere la loro esperienza di vita più serena possibile, per renderli più indipendenti, per crescere dei futuri adulti emotivamente sani e che trovino il loro posto nel mondo? Cosa sarà di loro, dopo di noi?

Ecco alcune domande che tormentano i genitori di bambini che, per qualche motivo, la vita ha dato loro questo gravoso compito, di farcela con più difficoltà di altri…

“L’angoscia del futuro, non abbandona mai chi ha un figlio disabile.” – Giuseppe Pontiggia

Ma cosa va fatto in sostanza per aiutarli davvero a vivere una vita appagante e soddisfacente il più possibile?

È un percorso lungo e a volte complicato, dato che coinvolge oltre le persone significative, anche quelle che fanno parte della loro vita pur entrando in contatto solo per poco tempo.

Possiamo solo dire che il modo in cui si sviluppa l’esperienza scolastica può essere determinante per il futuro e per il benessere di tutti i bambini e ragazzi, con la differenza che per un disabile c’è il reale rischio che si trasformi con più frequenza in un’esperienza di insuccesso.

“Molte volte il disabile è commiserato e con ciò discriminato proprio da quelli che hanno paura di riconoscersi in lui, direttamente o indirettamente.” – Giuseppe Pontiggia

Vorrei invece farvi conoscere una bella storia realmente accaduta. Una storia che racconta di quando l’inclusione riesce, di quando la scuola ce la fa… Riporto integralmente il testo di Enrica Bailo e dell’esperienza di sua figlia Gaia:

«Andrà tutto bene, stia tranquilla!»
 E così fu, in effetti. Quelle cinque parole, proferite dalla preside della scuola primaria, erano il presagio di un’esperienza meravigliosa che ancora oggi ricordo con commozione.

Attraversavo la piazza, chiacchierando con Paolo, mio marito, quando incrociai la Preside. Forse le bastò un’occhiata, chissà. Quella frase e quel sorriso sono stampati nella mia mente, archiviati tra i gesti più significativi che hanno accompagnato il cammino di Gaia in quella scuola. Ricordo il primo giorno della prima elementare; pioveva a dirotto, ci sentivamo spaesati, impauriti, infreddoliti dentro e fuori. Abbandonavamo le certezze della scuola dell’infanzia, pur con le difficoltà e le incomprensioni degli ultimi due anni, e approdavamo in un porto che non conoscevamo. Quel primo giorno le maestre del modulo avevano organizzato un percorso di accoglienza per i bimbi nel cortile della scuola. I genitori, in gruppo, seguivano il corteo dei piccoli incuriositi, divertiti, affascinati. Noi restavamo un po’ in disparte: non conoscevamo nessuno e temevamo gli approcci.

Noi eravamo i “diversi”, o almeno questo era ciò che avvertivamo in quegli istanti. In realtà, oggi so che gli altri erano diversi, gli altri sono diversi. Perché gli altri sono normali, perché gli altri possono e sanno difendersi, dichiarare un disagio, manifestare dei bisogni dopo aver imparato a riconoscerli. Noi no, Gaia no. Forse è questa la paura più grande, amica intima del nostro quotidiano che non ci vuole mai abbandonare, non ci permette di fidarci mai di nessuno in modo totale ed esclusivo. Gli altri sono diversi nella loro normalità, ma il percorso tracciato sapientemente da una dirigente, che in origine era stata una insegnante di sostegno – una delle prime – che ha saputo “costruire” la classe sulle esigenze particolari di mia figlia, ha piallato queste diversità, permettendo a Gaia di godere dei benefici legati all’insegnamento, ricevendo stimoli e accendendo una naturale curiosità. E ha permesso agli altri, ai normali ma diversi, di godere di Gaia, di tutto ciò che mia figlia può donare, in modo spontaneo e generoso. L’inclusione non rimane una parola del dizionario se è strutturata collaborando fattivamente allo scopo del benessere di tutti.

Questo implica mettersi in gioco, sia come genitori speciali che come genitori normali. Perché, alla fine, non deve esistere rigidità nello sviluppo dei programmi ministeriali. Ho sempre avuto timore di disturbare una evoluzione ordinata e ordinaria, a causa delle difficoltà oggettive di mia figlia. Il mio approccio alla scuola non è mai stato esigente o prepotente, quanto di collaborazione attiva e fattiva. E ho imparato, nel corso degli anni, che l’opera non è mai terminata, che la costruzione è quotidiana e si basa su dialogo e disponibilità, non solo da parte del personale della scuola.

E ho portato avanti questa esperienza, maturata nei cinque anni della primaria, andando a cercare chi, nella scuola media, ora definita secondaria, potesse garantirmi il prosieguo di un cammino che, pur negli ostacoli, doveva permettere una crescita, tanto di mia figlia, quanto dei suoi compagni di classe, quanto di noi genitori. Qualcuno mi ha obiettato che sono stata fortunata, che non è facile. È pur vero, ma è altrettanto vero che non mi sono fermata alla prima proposta, al primo colloquio, alla prima visita. Ho girato, osservato, studiato. E ho scelto. Non ho scelto per me, in funzione della mia comodità; ho scelto ciò che ho reputato fosse il meglio per la Princi, anche se questo ha comportato abbandonare tutti i compagni di classe, affrontando una scuola dove una sola amica, omonima tra l’altro, l’ha seguita.

Ancora una volta, però, la decisione è stata la migliore, ancora una volta la diversità degli altri è stata fusa con la normalità di Gaia, ancora una volta mia figlia non è stata vissuta, né vista, come un impiccio, un ostacolo, un peso da sopportare. Né i compagni di classe, né gli insegnanti, né i genitori, né i collaboratori scolastici hanno mai pensato di approcciarsi con fastidio alla Princi. Lasciarla a scuola ogni mattina è una prova ardua da superare: cedere all’istinto di protezione sarebbe più semplice che non affrontare il dubbio di lasciarla in mani altrui. Quello che è fondamentale, però, è il suo benessere; e il suo benessere si alimenta nelle azioni quotidiane, nell’affetto dei compagni, che a ricreazione la portano a spasso a turno, spingendo la carrozzina, che all’arrivo in classe la salutano festosi in coro, negli stimoli che insegnante di sostegno, assistente alle autonomie e tutto il personale docente e non sa darle, regalandole emozioni e permettendole di aprire cassetti che, diversamente, rimarrebbero chiusi.

E mi accade di restare senza parole, davanti a manifestazioni spontanee e impreviste: il ragazzo che, pur in palese ritardo sull’orario di ingresso, entrando trafelato e scorgendola, sosta da lei per un saluto, o il vice preside che mi propone una gita sciistica e, alla mia opposizione «se non ci sono le condizioni, mia figlia resta a casa senza alcun problema», sorridendo pacatamente afferma: «sto organizzando le cose in modo che Gaia possa provare a scivolare con un maestro specializzato; io porto tutti. Se non ci sono le condizioni per Gaia non ci sono per nessuno!».

Spesso mass media e social urlano al mondo l’insoddisfazione per la scuola che non funziona. Non conosco in dettaglio la famosa “Buona scuola”, non è mio compito addentrarmi in scelte normative che a qualcuno piacciono e ad altri non garbano. Io cerco le persone, perché la scuola è fatta da persone per le persone; la scuola, come qualsiasi attività concernente l’ambito dello sviluppo e della cura degli esseri umani, deve basarsi sulla passione, più che sulla professione. E le persone che cerco, e che finora ho trovato, rispondono a tali requisiti. E lo dico con orgoglio e grande soddisfazione perché mi piace dichiarare al mondo che la scuola funziona se chi la vive è animato dalla passione. E sono tanti, fortunatamente.

Ora sono scesa nuovamente in pista per cercare una soluzione che permetta a Gaia di proseguire il cammino. Ero convinta di dover smontare “dall’autobus scuola” e intraprendere il percorso del centro diurno. Visitando un istituto superiore, e dialogando con la vice preside che lo dirige, mi sono piacevolmente ricreduta. Ogni remora è crollata nel momento in cui, con grande intensità, la vice preside ha affermato: «Signora, sua figlia ha tutta la vita da trascorrere in un centro diurno; permettiamole di diventare grande!»

Quando ho letto la lettera di questa mamma, mi sono profondamente emozionata. Era mia intenzione scrivere un articolo sull’inclusione, ma ho pensato che non avrei mai potuto trasmettere delle emozioni in un modo migliore di chi, come lei le ha vissute realmente. Pertanto l’ho contattata e le ho chiesto il permesso di riportavi la sua esperienza.

Nessuno meglio di chi ha vissuto in prima persona un’esperienza positiva, può essere un messaggio di speranza per quelli che si preparano a vivere una situazione simile, con disperazione.

Mi rivolgo ai genitori, che doverbbero scegliere la scuola con cura, non fermandosi alla scuola di quartiere, se questa non è la migliore per il proprio figlio. Ma soprattutto mi rivolgo agli insegnanti, perché cambiando quello che non è inclusivo, possano rendere la scuola di quartiere la migliore scelta possibile per tutti.

Quello che vorrei restasse chiaramente impresso in ognuno di voi, è che si può fare… Che un scuola veramente inclusiva è possibile, indipendentemente dai limiti oggettivi. Una scuola inclusiva dipende solo dalla passione delle persone coinvolte.

Spero che l’articolo ti  abbia fatto un pò riflettere e se ti è piaciuto puoi sentirti libero/a di condividerlo. Ricordati di registrarti sul sito nella sezione NEWSLETTER o di mettere un like sulla pagina facebook se vuoi essere sicuro/a di ricevere e non perderti i futuri articoli  di bambino ideale

Mi piacerebbe conoscere le tue riflessioni o la tua personale esperienza e ti chiederei di riportarla nei commenti qui sotto. Potrebbe essere utile condividerla con altri e confrontarsi. In ogni caso un scambio d’idee può essere arricchente per tutti. Grazie!

A presto!

GENITORE IDEALE – HO PAURA, FORSE MIO FIGLIO HA QUALCOSA CHE NON VA’?

GENITORE IDEALE – MIO FIGLIO HA QUALCOSA CHE NON VA’?

GENITORE IDEALE – HO PAURA, MIO FIGLIO HA QUALCOSA CHE NON VA’?

Oh mio Dio! … e se fosse vero che mio figlio ha davvero qualcosa che non va’…? Terrore puro… Domanda piena di paura, inquietante, straziante per il cuore di qualsiasi genitore.

La prima paura del genitore è di non riuscire a trovare in quel figlio così tanto desiderato, le caratteristiche che lo renderebbero felice e orgoglioso di essere genitore. La mancanza di tutte quelle qualità costruite irrealmente nella sua attesa, sposta e allontana paurosamente dall’immagine ideale creata nel tempo.

“Penso che talvolta i veri limiti esistano in chi ci guarda.” – Candido Cannavò

Successivamente alla prima reazione,  alla paura si mischia dell’amore, che in effetti però genera un altro tipo di preoccupazione. Questa volta è paura per la sopravvivenza e le future capacità sociali del proprio figlio.

La volontà di proteggerlo dalle difficoltà che incontrerà nella vita, dalla derisione o dalla cattiveria degli altri, dai possibili problemi di autonomia, rendono il genitore particolarmente sofferente e preoccupato.

Inoltre, la società odierna ha individuato diagnosi di ogni tipo, per motivare quello che non si adatta perfettamente a quell’ideale che abbiamo comunemente identificato come “normalità”.

“La disabilità è una questione di percezione. Se puoi fare anche una sola cosa bene, sei necessario a qualcuno.”- Martina Navrátilová 

Ecco allora che ogni genitore responsabile va alla ricerca di soluzioni, sia per proteggere il proprio figlio che per contenere e possibilmente attenuare tutte queste sue paure, con il rischio però di focalizzarsi troppo sul problema e poco sulla sua soluzione.

Siccome non sempre le difficoltà dei bambini sono necessariamente sinonimo di patologie, un bambino che non ce la fa ad apprendere una qualsiasi abilità incorre nel rischio di diagnosi, prima ancora che si provi se lo si può veramente aiutare.

La principale preoccupazione diventa, senza volerlo, capire ciò che non va in lui, più di quanto non lo è di imparare noi per primi come agire per aiutarlo a superare le sue difficoltà.

“La madre è orgogliosa del figlio che è salito in alto, ma darebbe la vita per l’altro: per il figlio senza fortuna.” – Libero Bovio

E se prima di tutto ci mettessimo noi a studiare e imparare come realizzare il miglior ambiente facilitante, educante e adatto ai bisogni dei nostri figli?

Se noi per primi diventassimo dei catalizzatori per attivare e incoraggiare le risposte delle loro funzioni attraverso stimoli quotidiani?

Se cercassimo prima di tutto, di capire quale è il blocco, la difficoltà, il perché non ce la fa?

“Non esiste un modo per essere una madre perfetta, ma ci sono milioni di modi per essere una  buona madre.”  – Jill Churchill

Le classiche attività quotidiane e la creazione di un ambiente armonico, sereno e amorevole sono una prerogativa essenziale per avere una facilitazione nell’ acquisizione di qualsiasi abilità.

Inoltre, tutti noi possiamo interagire con i nostri figli con dei giochi stimolanti e creativi, aiutando il cervello plastico attraverso la potenza cognitiva del giocattolo, a strutturare le sue funzioni fondamentali.

Potremmo quindi agevolare la comprensione, l’esercizio, la memoria, la concentrazione, la coordinazione, etc. anche ispirandoci alla ricerca scientifica, dallo sperimentare ed anche assistiti dal digitale, utilizzando strumenti per cercare di ottenere il meglio dalle capacità di ogni bambino, semplicemente giocando insieme a lui.

“Le verità che contano, i grandi principi, alla fine, restano due o tre. Sono quelli che ti ha insegnato tua madre da bambino”. – Enzo Biagi

A tutti i bambini dovrebbe essere garantito il diritto al massimo delle proprie funzioni, ma questo non dovrebbe cedere la priorità di cercare dei meccanismi di aiuto partendo dalla famiglia stessa.

Molte volte si tratta di piccole difficoltà educative, di stress o di problemi personali, oppure di disequilibrio nella coppia, di difficoltà nei rapporti. Senza paura, sensi di colpa o giudizio, si potrebbe provare ad osservare le proprie dinamiche relazionali, il modo in cui ci rapportiamo ai nostri figli.

Dovremmo capire che siamo il risultato di ciò che ci hanno insegnato o che abbiamo appreso attraverso le nostre personali esperienze.

Si potrebbe anche scoprire che potremmo sempre imparare modi nuovi più efficaci, trovare strategie che producano risultati più soddisfacenti.

Si tratterebbe soltanto di mettersi in gioco per primi e di non delegare a degli estranei la responsabilità della serenità e della salute emotiva dei nostri figli.

Sicuramente specialisti, medici, insegnanti hanno moltissime più conoscenze tecniche riguardo all’essere umano, ma nessuno ha la comprensione del bambino come il suo genitore.

“C’è un solo bambino bello al mondo, e ogni mamma ce l’ha.” – Anonimo

Osservarlo, accoglierlo, accettarlo, ascoltarlo, passere del tempo insieme, avere fiducia nelle sue capacità, alimentare la sua autostima, sostenerlo ed essergli una guida, essere autorevoli, riconoscere ed elogiare i suoi progressi quotidiani… sono un enormità di cose che dovremmo saper fare.

Il ruolo genitoriale rischia di essere ancora più complesso, quando si ha paura di essere inadeguati o del giudizio altrui, quando si è stanchi o insoddisfatti della propria vita, quando si hanno delle  difficoltà personali da superare.

Dovremmo forse prima di tutto cercare delle soluzioni al nostro personale benessere, di conseguenza a quello dei nostri bambini e solo successivamente cercare delle diagnosi.

Il bambino non riuscirà a capire tutte le nostre fatiche, tutte le energie che abbiamo impiegato nella sua crescita, ma sentirà forte e chiaro il messaggio che noi abbiamo fatto del nostro meglio per accettarlo, per amarlo e per proteggerlo.

“Non saprei indicare un bisogno infantile di intensità pari al bisogno che i bambini hanno di essere protetti dal padre.” – Sigmund Freud

 

 

SCUOLA IDEALE – DISPERSIONE SCOLASTICA

 

abbandono scolastico

DISPERSIONE SCOLASTICA

La dispersione e l’ abbandono  scolastico sono evidenti agli occhi di tutti e sono sicuramente correlate alle difficoltà quotidiane che i ragazzi devono affrontare.

Le difficoltà scolastiche, oltre ad essere in costante aumento, sono direttamente proporzionali all’insuccesso scolastico e sono le maggiori responsabili dei successivi abbandoni.

“Ogni bambino per sua natura è curioso. Poi va a scuola.” – Silvana Baroni

In effetti, a causa delle difficoltà che sperimentano quotidianamente i ragazzi sono sempre più demotivati e disinteressati a ciò che la scuola propone.

Troppo spesso li sentiamo dire:

Non so come devo fare questo compito, non ho capito bene…

Perché devo andare a scuola, a che mi serve?

Perché devo imparare questa cosa così difficile che poi non mi servirà mai?

Forse non sono tanto bravo in matematica, ma di sicuro non mi piace per niente…

“Da oltre mezzo secolo i bambini, i ragazzi e i giovani vengono obbligati a starsene seduti, tra scuola e compiti, circa otto ore al giorno, e che, alla fine dei loro corsi di studi, a qualsiasi domanda culturale, il loro sguardo vaga smarrito o si esprime in un “boh!”.” – Silvano Agosti

Recentemente, il MIUR ha comunicato i dati statistici dove l’abbandono scolastico è di circa un ragazzo su tre. Un altro dato preoccupante e che dovrebbe farci riflettere è che l’ottanta per cento dei ragazzi della scuola secondaria vivono la scuola con una condizione di malessere.

Sono numeri davvero spaventosi.

Perché non riusciamo a coinvolgerli ad  avere piacere nell’ imparare cose nuove, quando per natura siamo tutti nati curiosi e predisposti ad apprendere?

Alcuni più di altri, con varia intensità, ma comunque la maggior parte dei ragazzi, anno dopo anno finiscono per odiare la scuola?

“Odio la scuola. Mi fa impazzire. Appena imparo una cosa, vanno avanti con qualcos’altro.” – Sally Brown

Non si riesce ad invertire la rotta, nonostante la buona volontà di numerosi insegnanti ed anche delle varie riforme della scuola attuate nel tempo.

Sarà forse che ci concentriamo sul problema sbagliato? Vogliamo davvero continuare a credere che sono i ragazzi ad essere svogliati o con problemi cognitivi o comportamentali? Ah già, sicuramente è colpa della famiglia che non li educa a dovere…

Chiaro che tutto questo è anche vero, com’è vero che non sempre tutti gli insegnanti riescano a svolgere il proprio ruolo nel migliore dei modi.

“Al contrario di quanto credono quasi tutti, la scuola non deve insegnare a studiare. Studiare è il mezzo, non il fine.” –  Ermanno Ferretti

Anche se molte problematiche dipendono sicuramente anche da questi fattori, non credo che possiamo solo soffermarci qui, cercando colpevoli o lamentandoci per quello che non va’.

Credo invece che sia risolutivo cercare alternative differenti da quelle utilizzate in precedenza, per risolvere i problemi.

È fondamentale, è  vero, essere adulti preparati e capaci di fornire al meglio le nostre conoscenze ai ragazzi.

Aiuta sicuramente riuscire a predisporre le migliori condizioni per aiutarli ad apprendere in modo semplice, lavorare sul loro potenziamento cognitivo e sulle strategie per imparare con più facilità.

“La scuola dovrebbe avere sempre come suo fine che i giovani ne escano con personalità armoniose, non ridotti a specialisti.” – Albert Einstein

Credo infatti, che il problema maggiore sia costituito dalla spasmodica ricerca di uniformità dei saperi. La ricerca della normalizzazione, l’acquisizione delle stesse competenze dei bambini, le loro abilità ed anche dalla scarsa possibilità d’interazione tra di loro.

La diversità che tanto fa paura, può essere un’enorme ricchezza per tutti. Inoltre l’assimilazione di nuove conoscenze può essere favorita dall’interazione con altri ragazzi e con le loro peculiarità.

Esporre invece le proprie passioni e le conoscenze già acquisite da parte dei ragazzi stessi, donerebbe quel sano appagamento di cui tutti abbiamo bisogno.

Questo si che farebbe sentire di far parte di una scuola che li accetta e li approva, di essere riconosciuti, di essere importanti e apprezzati ugualmente per quello che anche loro hanno da dare.

“Una scuola è superiore a un’altra non tanto per gli insegnanti, ma per gli alunni. Si impara di più dai propri compagni che dal resto.” –  Ermanno Ferretti

Ci concentriamo cosi tanto su come tenerli a bada per ore, su quello che devono apprendere, su quali sono le competenze che devono acquisire e su quanto tempo devono impiegare per farlo, che ci si dimentica spesso che ognuno ha una propria unicità.

E se tutti noi siamo unici, abbiamo caratteristiche diverse e capacità diverse, anche a loro dovrebbe essere permesso di esprimere al meglio questa propria unicità senza paura.

Non potrebbe infatti essere che i nostri bambini abbiano bisogno di essere semplicemente loro stessi, di essere rispettati nei loro tempi e di ricevere la nostra fiducia nelle loro capacità?

“Il motivo principale per andare a scuola è quello di avere per tutta la vita la costante impressione che ci sia un libro per ogni cosa.” –  Robert Frost

Andare a scuola con gioia, imparare dagli altri e non sentirsi quotidianamente inadeguati per le proprie difficoltà, è possibile e salverebbe molti ragazzi dalla dispersione scolastica.

Molto sta nella capacità degli adulti di discostarsi dalla corsa alla normalità e di riuscire ad apprezzare ed a valorizzare ciò che c’è di buono in ognuno dei nostri ragazzi.

Spero che l’articolo ti  abbia fatto un pò riflettere e se ti è piaciuto puoi sentirti libero/a di condividerlo. Ricordati di registrarti sul sito nella sezione NEWSLETTER o di mettere un like sulla pagina facebook se vuoi essere sicuro/a di ricevere e non perderti i futuri articoli  di bambino ideale

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A presto!

Scuola ideale – bambini problematici

Chiunque è ostile e arrabbiato, ha sempre un buon motivo per esserlo. Magari non sei tu la causa del suo malessere, ma non dovremmo fermarci a cercare solo dei colpevoli. Andiamo invece avanti nella ricerca di nuove possibili soluzioni, intanto per noi stessi, per essere sicuri di aver fatto il massimo.

Bambini problematici

BAMBINI DISUBBIDIENTI
BAMBINI ROBLEMATICI

“L’istruzione è l’arma più potente che si possa utilizzare per cambiare il mondo”. (Nelson Mandela)

Oggigiorno, ovunque si guardi, tutti quanti si lamentano dei bambini e del loro attuale pessimo comportamento. Tutti si da la colpa a tutti: è colpa dei bambini, della tv, dei genitori, degli insegnanti etc. Ognuno pronto ad incolpare l’altro e, qualche volta anche se stessi accanto agli altri.

Recentemente ho avuto modo di riflettere su alcuni comportamenti di un bambino ritenuto molto problematico e nel contempo di imbattermi casualmente sul web in un articolo di una psicologa che parlava appunto di bambini problematici.

La dottoressa in questione, pur invitando a “prendere con le pinze” quanto avrebbe comunicato nell’articolo e di non fare diagnosi ma di rivolgersi a specialisti, presentava le sue conoscenze sul problema descrivendo dettagliatamente le caratteristiche di questa “tipologia” di bambino, parlando di disfunzioni, definendo disturbi e individuando eventuali diagnosi.

Vorrei cercare di riflettere sull’ argomento insieme, senza ovviamente approfondirlo dal punto di vista medico. Non parliamo quindi di patologie ne di diagnosi di nessun tipo, ma parliamo soltanto di bambini che adottano “comportamenti problematici”.

Infatti, pur non sapendo se intendiamo la stessa cosa, su una cosa sono perfettamente d’accordo con la dottoressa, molte volte si tratta di bambini perfettamente “normali”.

Infatti, mi veniva in mente questo bimbo, con un vissuto molto difficile e con problemi quotidiani giganteschi anche per un adulto figuriamoci per lui, che già in tenerissima età si ritrova senza più avere una famiglia.

“Per far crescere un bambino ci vuole un intero villaggio.” (Proverbio Africano)

Ma torniamo al testo di prima. L’articolo parlava di quanto è difficile occuparsi di loro, di quanto i genitori stessi sono disperati perché (riporto testuali parole usate nel testo per descriverli, anche se non in quest’ordine preciso):

  • sono ribelli e incontrollabili
  • non stanno fermi
  • amano sperimentare
  • rompono le cose per capirne il funzionamento
  • sono curiosi di scoprire e conoscere
  • ci mettono alla prova con le loro sfide
  • vogliono fare di testa loro
  • con il loro comportamento scatenano risate negli altri

È chiaro che tutti noi a volte siamo talmente stanchi, stressati e spesso insoddisfatti delle nostre vite a tal punto da voler solo silenzio per un po’. Qualsiasi persona al mondo che ha avuto una giornata pesante vorrebbe che fossero un pò più facili da gestire, più ubbidienti. Gli vorremmo a volte un pochino più soldatini o robottini con le pile da staccare quando è necessario. Questo è più che comprensibile, siamo tutti umani, ma possiamo davvero chiamare problematici questi comportamenti?

Comunque, proseguendo nella lettura, si scopre che i comportamenti in questione, si possono individuare intorno ai 3-4 anni, in concomitanza con l’ingresso nella scuola materna e la richiesta di adattamento alle prime regole scolastiche.

E questo è vero, assurdo e da non crederci, ma ci sono insegnanti che subiscono calci e ingiurie da parte dei bambini. Maestre già alla scuola materna che faticano  tremendamente, cercando di proteggere fisicamente gli altri bambini contenendo l’ira di alcuni, oltre a dover rassicurare i genitori sulla propria capacità di gestire la situazione.

“Aprite una scuola, chiuderete un carcere!” (Giovanni Bovio)

Ma allora, può essere che davvero sono i bambini ad essere tanto problematici?

E se così fosse… è una questione di educazione o sono nati così… è forse ereditario?

Oppure è colpa dei genitori che non li educano bene, forse sono troppo permissivi?

Sarà colpa degli insegnanti che non sono formati abbastanza o che negli anni il loro ruolo ha perso sempre più potere.

Allora di chi è la responsabilità? Personalmente credo che non è sicuramente dei bambini, ma che problematici sono soltanto i nostri modi di relazionarci con loro.

“Il bambino non è un vaso da riempire, ma un fuoco da accendere.” (Francois Rabelais)

Purtroppo, per moltissime ragioni, non sempre riusciamo a creare dei legami profondi. Anzi, andando avanti nel tempo, i rapporti si fanno sempre più distanti, diventando quasi degli estranei anche tra gli stessi familiari.

Sia come genitori che come maestri o insegnanti, non riusciamo sempre ad ottenere grandi successi nel rapporto coi ragazzi. Col tempo ci rendiamo conto dei nostri errori in base al tipo di relazione che siamo stati in grado di creare. Non serve a nulla sentirsi in colpa e avere rimorsi, ma serve sicuramente prenderne atto per provare nuove strade, approfondire nuove conoscenze, per cercare di produrre nuovi risultati.

Non voglio dare qui suggerimenti su cosa fare anche se c’è davvero moltissimo che si potrebbe fare. Dovrebbe essere tutto veramente troppo sintetizzato per questo piccolo spazio, invece sono argomenti che necessitano un ampio approfondimento per evitare di incorrere in facili fraintendimenti.

“Si seguono volentieri dei suggerimenti quando se ne comprende lo scopo.” (Robert Baden-Powell)

Il mio obbiettivo invece è istillare un dubbio nella tua mente, domandarti se davvero non puoi fare qualcosa per migliorare un adulto di domani e per cambiare quel destino già deciso di alcuni.

Posso assicurarti che il cambiamento dipende tutto dal nostro modo di comunicare con loro. In base al tipo di comunicazione che si utilizza si possono veramente ottenere miracoli nei rapporti con i bambini e in tutti i rapporti interpersonali in generale.

Noi adulti possiamo e dobbiamo, prima di decretare i loro comportamenti come problematici, imparare nuovi modi per interagire in maniera più efficace.

Possiamo riconoscere quando la comunicazione diventa dannosa, imparare ad ascoltare per creare l’accettazione dell’altro e nell’altro, creare la fiducia attraverso il non giudizio, eliminare qualsiasi forma di violenza anche dal linguaggio per favorire il rispetto dell’altro, etc.

Tutti gli esseri umani hanno gli stessi bisogni e desiderano fondamentalmente le stesse cose. Pertanto anche loro hanno gli stessi tuoi bisogni, spesso si sentono incompresi, come incompreso ti sei sentito anche tu dai tuoi genitori, come incompreso ti senti oggi, magari dal tuo/a compagno/a…

“Ogni uomo riceve due tipi di educazione: quella che gli viene data da altri e l’altra, molto più importante, che riesce a darsi.”(Edward Gibbon)

Quanta rabbia c’è dentro di noi alla quale non riusciamo a darle un nome, quanta ingiustizia si prova nel vedere ad esempio un telegiornale, quanta insoddisfazione scava il tuo animo quando fai un lavoro che non ami, quanto bisogno hai a volte solo di essere ascoltato senza giudizio.

Bambini che sfidano l’autorità, che sembrano provare piacere nel far del male agli altri o nel provocare reazioni esasperate negli adulti, che fanno gesti assurdi, che si fanno del male, che si mettono in ridicolo, che subiscono punizioni infrangendo deliberatamente le regole e che vengono esclusi dai compagni.

Questi sono  bambini che soffrono, bambini che hanno tanto bisogno di aiuto, che hanno un immenso bisogno di essere ascoltati, di sentirsi amati…

“Si educa con ciò che si dice, più ancora con ciò che si fa e ancor di più con ciò che si è.” (S. Ignazio di Antiochia)

Chiunque è ostile e arrabbiato, ha sempre un buon motivo per esserlo. Magari non sei tu la causa del suo malessere, ma non dovremmo fermarci a cercare solo dei colpevoli.

Andiamo invece avanti nella ricerca di nuove possibili soluzioni, intanto per noi stessi, per essere sicuri di aver fatto il massimo.

Aiutiamoli a non considerarsi degli incapaci e indegni di amore, a non credere che nessuno gli potrà mai essere amico, a non perdere la fiducia e a sentirsi rifiutati. Anche loro come ogni altro bambino, per quanto terribili e problematici siano, hanno solo bisogno di essere capiti.

Bisogna cercare quindi noi adulti di superare le barriere che ci separano dal loro mondo, abbattere i muri che hanno costruito introno a loro per non sentire più dolore, capire la causa del loro male interiore.

Forse sono ostili perché cercano di difendersi, a causa di traumi che li hanno portati a diffidare degli altri, oppure vogliono attirare l’attenzione, forse hanno bisogno di comunicare i loro problemi, le loro sofferenze e non conoscono altro che l’aggressività, la rabbia e le urla.

Prima di svalutarli, di decretarli come problematici, prima di attribuire loro delle etichette e di definirli “insopportabili”, “aggressivi”, “terribili”, prova a pensare se puoi fare altro da quello che hai sempre fatto, se puoi acquisire tu dei modi nuovi che trasmettendoglieli potrai magari modificare un destino già segnato.

“Il maestro che cammina all’ombra del tempio tra i discepoli non elargisce la sua sapienza, ma piuttosto la sua fede e il suo amore.” (Khalil Gibran)

Mi piacerebbe conoscere le tue riflessioni o la tua personale esperienza e ti chiederei di riportarla nei commenti qui sotto. Potrebbe essere utile condividerla con altri e confrontarsi. In ogni caso un scambio d’idee può essere arricchente per tutti. Grazie!

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A presto!

Genitore ideale, quali bugie racconti ai bambini?

 

Allora, hai pensato se, e quali bugie racconti ai bambini?

“Se menti a tuo figlio (anche nelle piccole cose come quando gli dici che tornerai subito e non è vero) è probabile che lui si sentirà in diritto di mentirti e di considerare la menzogna uno strumento utile e un diritto” –Roberta Cavallo

Ho avuto modo in questi giorni di riflettere sulle bugie e, con l’aiuto di una funzione di facebook, di ricordare un episodio accaduto un anno fa. Una discussione con un altro utente, sulla frase riportata qui sopra di Roberta Cavallo.

Mi ricordo molto bene l’irritazione che ho provato quando ho visto il commento di questa persona postato sotto questa frase, che personalmente reputo così profonda e così vera, su un argomento importantissimo nella relazione coi bambini.

L’atteggiamento che adottiamo in relazione alle bugie è determinante in tutte le relazioni interpersonali, ma è di un’importanza fondamentale nel rapporto con i nostri bambini.

“Non c’è cosa che più avvilisce l’uomo quanto la bugia, vizio brutto, vizio vile, vizio abbominevole, vizio degli schiavi, delle spie, degli infami.” –Luigi Settembrini, Lettere, XIX sec.

Il post parla in sostanza di quanto è dannoso utilizzare la bugia nelle relazioni, e persino l’utilizzo di piccole bugie,spesso ritenute innocue.

A volte cerchiamo giustificazioni considerando le bugie “a fin di bene” o addirittura bugie per “amore”, per “proteggere” o per non provocare dispiaceri.

La bugia però determina una perdita di fiducia nelle relazioni, una mancanza di legami profondi, delle conseguenze deleterie future.

“La bugia è brutta anche quando essa giova: or che sarà quando nuoce?” – Michele Colombo

Ma torniamo al commento di prima. In pratica, mi ritrovo con questo commento che in realtà era un link di un articolo dove invece la bugia veniva esaltata indirettamente.

In sostanza, facendo il riassunto dell’articolo, venivano valutati come più intelligenti i bambini in relazione a quanto precocemente avessero imparato a dire bugie.

Cioè… forse non ho capito bene… speravo. E invece si, diceva proprio così!

Sappiamo benissimo che un bambino piccolo impara attraverso il modello degli adulti e l’imprinting, non avendo ancora meccanismi personali per filtrare le informazioni ricevute.

Sicuramente un bambino piccolo che riesce ad imparare precocemente strategie utili alla sua sopravvivenza, manifesta e rende evidente anche agli altri la sua intelligenza.

Ma possiamo insegnare loro come strategia utile l’utilizzo delle bugie?

Fondamentalmente, essendo considerato uno strumento adeguato di cui servirsene a piacimento, giustificato dallo stesso utilizzo che ne fanno gli adulti, e accanto al messaggio sull’intelligenza di cui ne parlava l’articolo in questione, riusciamo a rendere la bugia non soltanto valida, ma nientemeno che raccomandata.

Quindi, se le persone più importanti nella vita dei bambini lo fanno quotidianamente, non possono che assimilare che anche loro sono giustificati e, in questo caso, addirittura incitati a dire le bugie…

“Una bugia può prendersi cura del presente, ma non ha futuro.” – Anonimo

Mi chiedo perché continuiamo a meravigliarci del comportamento dei ragazzi  più grandi, o di adolescenti che troppo spesso contestano gli insegnamenti ricevuti e non condividono i loro pensieri personali con i propri genitori, quando invece lo fanno con altri adolescenti e raramente, ma capita a volte, con alcuni insegnanti?

Purtroppo non è soltanto questo a determinare la perdita di fiducia. Infatti la perdita di fiducia ha profonde radici anche nella non accettazione, e per questo le dedicherò un altro articolo prossimamente.

“La paura ci fa diventare bugiardi perché temiamo che la nostra verità venga condannata.” –Romano Battaglia, Oltre l’amore, 2010

Ti invito a riflettere sulla motivazione che porta a dire le bugie e nuovamente ti chiedo, tu, quali bugie racconti ai bambini?

Mi piacerebbe conoscere le tue riflessioni o la tua personale esperienza e ti chiederei di riportarla nei commenti qui sotto. Potrebbe essere utile condividerla con altri e confrontarsi. In ogni caso un scambio d’idee può essere arricchente per tutti. Grazie!

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A presto!