GENITORE IDEALE – TI MERITI LA SUA FIDUCIA?

GENITORE IDEALE – QUANTA FIDUCIA HA IN TE?

Fiducia, che bellissima cosa, quando c’è… La fiducia è uno degli argomenti che più mi sta a cuore, lo considero uno dei fattori più importanti per costruire un’ottima relazione in generale, tanto più quando parliamo di bambini.

Pertanto, avendo io fiducia che questo sia un argomento che sta a cuore anche a te ;-), come avrai ben intuito, l’argomento di oggi sarà appunto la fiducia.

“Ciò che conta è avere sempre fiducia nel prossimo: può farcela da solo.” – Mirko Badiale 

Parliamo di fiducia solo perché in assoluto, è l’elemento principale in grado di garantire il successo di tutte le tue relazioni. Ma in questo caso parliamo dei bambini e quindi della nostra relazione con loro.

È il sogno di ogni genitore che i propri bambini siano ubbidienti, che l’ascoltino, che  abbiano fiducia in lui e che lo rispettino.

Concorderai con me anche sul fatto che, fintanto che sono piccoli, i nostri figli pendono dalle nostre labbra e prendono per buono tutto ciò che diciamo.

Giustamente, vogliamo essere rispettati, vogliamo che loro si fidino di noi, vogliamo che ci ascoltino ed eseguano quello che gli chiediamo.

“La fiducia non si impone, si ispira.”- Salvatore Canals 

La fiducia, accanto al rispetto e alla libertà personale, è uno degli ingredienti principali dell’amore.

Non può esistere amore senza il rispetto per l’altro e senza una fiducia quasi totale nell’altro. Altrimenti ci sarebbe sempre una resistenza, una limitazione, un rapporto incompleto e non totalmente autentico.

E quale amore può essere più grande di quello tra genitori e figli..?

Infatti, i nostri figli sono veri maestri di un amore profondo e incondizionato, e ce lo dimostrano attraverso la totale fiducia che ripongono in noi.

“Pochi riescono a dare vera fiducia, questo fa che pochi siano amati.”- Guido Ceronetti

Spero che tu non sia tra coloro che pensano sia corretto imporre ai bambini di doverci dare la loro fiducia e di pretendere il loro rispetto solo per il nostro status di genitori o per la nostra presunta superiorità data l’età anagrafica maggiore.

A mano a mano che crescono però può capitare che si allontanino da noi, che diminuisca gradualmente la fiducia che invece prima nutrivano incondizionatamente nei nostri confronti.

Eppure, purtroppo spesso hanno ragione loro, non sempre ce la meritiamo, non sempre riusciamo a comportarci nel migliore dei modi. Parlo di un modo da favorire e preservare nel tempo la loro fiducia incondizionata.

“Un uomo che è stato l’indiscusso favorito di sua madre mantiene per tutta la vita l’atteggiamento interiore di un conquistatore, quella fiducia nel successo che di frequente porta al successo effettivo.” – Sigmund Freud

Come dicevamo, loro si fidano di noi, fin dalla nascita siamo il loro unico punto di riferimento. È fondamentale chiederci però se noi lo facciamo a nostra volta con loro. Noi rispettiamo loro e abbiamo la stessa fiducia che hanno loro in noi?

Non colpevolizzarti se ti è capitato qualche volta di averlo trattato in maniera poco rispettosa ad esempio paragonandolo ad altri, oppure giudicandolo.

Non è sicuramente per cattiveria che quella volta non hai creduto in lui e non gli hai dato modo di rimediare quando ha sbagliato, ma hai reagito semplicemente urlando e perdendo la calma.

Non è nemmeno perché tu non ami il tuo bambino che non hai ascoltato le sue vere motivazioni, ma l’hai punito perché così avrebbe imparato la lezione.

“La fiducia è la forma più alta di motivazione umana. Fa emergere quanto c’è di meglio in assoluto nelle persone.” -Stephen Covey

Ho chiesto a mio figlio quale sia secondo lui la caratteristica essenziale perché un genitore non perda la fiducia dei suoi bambini.

Sai che mi ha risposto..? “Le bugie mamma, non deve dire bugie. Deve provare a mantenere sempre le promesse fatte”. È curioso quanto siamo distratti, quanto è facile rovinare tutto per così poco.

Tra l’altro anche lui concorda che si tratti di una caratteristica presente nei bambini fin dalla nascita. Mi ha detto, “Certo che ci si fida già alla nascita, come si fa a non fidarsi di chi ti ha portato nella pancia per 9 mesi e ti ha nutrito tutto il tempo?”

Magari semplicemente non ci hai pensato prima. Oppure ti hanno insegnato che utilizzando delle modalità diverse avresti ottenuto lo stesso la fiducia e il rispetto di tuo figlio. O magari pensavi che sia comunque suo dovere rispettarti anche quando sbagliamo, perché i figli devono essere rispettosi a prescindere.

E se incominciassimo ad essere più attenti al nostro atteggiamento, creando delle relazioni più empatiche, fondate più sui legami e un pò meno sull’educazione intesa come impartizione di regole.

“In ogni cosa, la fiducia che si sa ispirare costituisce la metà del successo. La fiducia che si avverte è l’altra metà.” -Victor Hugo

Credi davvero che se tu rispettassi i suoi bisogni ascoltandolo e non giudicando a priori non avrebbe più fiducia in te?

Credi davvero che se tu se fossi una persona equilibrata che sa gestire le proprie emozioni, tuo figlio non ti rispetterebbe di più e quindi non avrebbe più fiducia in te?

Ti svelo un segreto, anzi due… ok, va bene, sono cinque… 🙂

  1. Tuo figlio ti rispetta e si fida di te se lo ascolti senza pregiudizio, senza giudicarlo a priori, ma  ascoltando le sue vere motivazioni e i suoi sentimenti. Se sei disposto ad ascoltare senza giudicare si fiderà di raccontarti anche cose che normalmente nasconderebbe per evitare punizioni.
  2. Tuo figlio perde la fiducia in te e non ti rispetta più se lo umili paragonandolo agli altri, ma al contrario apprezza la sua unicità ed i propri sforzi. Perché se sbaglia è solo perché ancora non ha imparato come si fa. Insegnagli a rimediare, non l’ha mica fatto apposta perché voleva sbagliare di proposito.
  3. Tuo figlio non perde la fiducia se sai mantenere la calma, anche quando devi dire di no. Se riesci a controllare la tua frustrazione e sai gestire anche la sua frustrazione e magari anche il suo rifiuto, lo porterai ad assecondarti senza che lui provi a calpestare la tua autorevolezza.
  4. Se tu hai fiducia in te stesso, se credi nelle tue capacità senza giudicarti tutto il tempo, se sei fermo e  coerente con ciò che dici, lui ti prenderà come modello e si fiderà delle tue indicazioni.
  5. Abbi fiducia di ciò che senti dentro, solitamente è giusto, è questa la tua vera guida. La fiducia è costruita sull’esperienza del successo. Prova e riprova, aggiusta il tiro e ogni volta lasciati guidare dai risultati che ottieni. Non ci sono ricette perfette che devi seguire, ma semplicemente ascoltarti e ascolta lui.

“L’uomo diventa spesso ciò che crede di essere. Se si continua a dire che non si riesce a fare una certa cosa, è possibile che alla fine si diventi realmente incapaci di farla. Al contrario, se ha fiducia di poterla fare, acquisterà sicuramente la capacità di farla, anche se, all’inizio, magari non ne era in grado.” – Mohandas Gandhi

A proposito, sapevi che in base a quanto noi crediamo in loro e a quello noi pensiamo sul loro conto, il nostro pensiero e le nostra convinzione si rivelerà determinante per il successo o l’insuccesso dei nostri figli?

Per approfondire questo aspetto anche in relazione alle performance scolastiche, ti consiglio di leggere questo mio articolo sull’effetto PIGMALIONE.

Noi genitori siamo determinanti nella formazione del carattere dei nostri figli e di come affronteranno la vita. In alcuni momenti, ahimè, la vita sarà poco clemente e non c’è regalo più grande che gli puoi fare oggi che insegnargli ad avere fiducia.

Fiducia in te, come porto sicuro dove fare ritorno dopo ogni avventura. Fiducia in se stesso per affrontare senza paura le difficoltà della vita. Fiducia negli altri per poter sperimentare l’amore.

“La fine del mondo è quando si cessa di aver fiducia. – Madeleine Ouellette”-Michalska

Raccontami cosa ne pensi delle difficoltà che hai nel rapporto con i tuoi figli, del tipo di relazione che attualmente vivete.

Se hai avutto invece a che fare con divergenze e perdita di fiducia per una tua personale esperienza, mi piacerebbe se la riportassi nei commenti. Grazie!

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A presto!

PROBLEMI? – COUNSELOR, UN AIUTO CONCRETO

PROBLEMI? – COUNSELOR, UN AIUTO CONCRETO

Sentiamo molto parlare di counselor, ma chi è il counselor e che cos’è sto benedetto counseling?

Ora ne parliamo cercando di mettere in evidenza le distinzioni con le altre professioni e cercando soprattutto di capire quando ci può servire rivolgerci ad un counselor.

Il counseling è una nuova professione riconosciuta dalla legge n. 4 del 14 gennaio 2013, pubblicata nella GU n. 22 del 26/01/2013″. Il counselor che raggiunge gli standard previsti dalla norma tecnica UNI (di cui alla direttiva 98/34/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 giugno 1998, e sulla base delle linee guida CEN 14 del 2010), ottiene una certificazione da parte di un organismo terzo indipendente accreditato presso l’Ente nazionale di accreditamento, quindi risulta iscritto nelle varie associazioni professionali.

 Il counseling è una relazione d'aiuto.

Se non riusciamo a inquadrare il problema, probabilmente, il problema siamo noi. -Mario Bucci

 Tutti abbiamo dei problemi, tutti noi nella vita incontriamo delle difficoltà, direi quotidianamente.

Queste difficoltà però non sempre sono dovute a problemi psicologici e non sempre sono destinate a diventare delle patologie. Non necessariamente abbiamo bisogno di un approccio medico a questi nostri problemi quotidiani.

Spesso non abbiamo bisogno di un professionista come ad esempio uno psicologo o uno psichiatra per risolvere le problematiche che incontriamo nella vita, nelle relazioni o con i nostri figli o genitori.

Più spesso abbiamo bisogno di un amico, come quando eravamo bambini “un amico del cuore”.

Se osservi abbastanza attentamente il tuo problema ti accorgerai di essere parte del problema. – Arthur Bloch

Eh si, va beh… un amico. E che ci vuole…? Mi potresti dire che tu hai già un sacco di amici e quindi sei a posto, non hai più bisogno di nulla, giusto?

Purtroppo non sempre abbiamo amicizie così profonde e tanto meno appositamente formate per poterci essere realmente d’aiuto. Inoltre pretendiamo da loro un aiuto che non sono in grado di darci.

Anzi, molte volte, in particolari momenti difficili della nostra vita, diventiamo delle vere e proprie “lagne”, gente da evitare, riuscendo ad allontanare i nostri amici.

Spesso abbiamo bisogno di parlare per poter risolvere un determinato problema, per avere una visione diversa, per non sentirci solo semplicemente ascoltarti ma innanzitutto capiti.  Ma non è tutto qui…

Il problema più grande: Non saper affrontare il problema. – Santy Giuliano

Oltre al fatto che il counselor può essere quella guida che ti aiuta a superare vari momenti difficili o problemi della tua vita quando questi non sono dovuti ad una patologia, è dotato di alcune caratteristiche che fanno si che può essere determinante nel superamento di queste difficoltà sia personali che relazionali.

Entriamo però nel dettaglio di che cosa significa realmente il counseling e di che cosa il counselor può fare per te concretamente, esaminando solo alcune delle sue caratteristiche, ma estremamente necessarie per poter svolgere la professione:

1) L’osservazione

La sua osservazione non è finalizzata a fare diagnosi, ma solo per aiutarti ad individuare ciò che ti crea sofferenza e quindi per aiutarti a cambiarlo.

Attraverso l’osservazione, il counselor ti aiuta a renderti consapevole delle tue emozioni e dei tuoi sentimenti, di quello che stai vivendo nel presente, quali sono le emozioni specifiche che ti guidano nelle tue scelte.

Ciò che fa la differenza, non sono gli ostacoli e i problemi che hai, ma come reagisci per affrontarli. La differenza la fai soltanto tu. – Santy Giuliano 

2) Ascolto

Per instaurare una buona relazione, l’ascolto deve essere asolutamente privo di giudizio.

L’ascolto è fondamentale per costruire delle relazioni basate sulla fiducia. Il counselor utilizza questo tipo di ascolto e ti aiuta a metterlo in pratica nelle tue relazioni.

I problemi sono solo opportunità in abiti da lavoro. – Henry John Kaiser

3) Fiducia

La fiducia che nasce da un ascolto senza giudizio e una roccaforte per tutte le relazioni. A prescindere dalla tematica che si affronta la fiducia viene determinata dalle capacità, dall’ascolto e dall’osservazione del counselor.

In questo modo, chiunque può imparare un nuovo modo di comunicare che può migliorare le proprie relazioni, indipendentemente dal problema iniziale.

È fondamentale creare migliori relazioni tra gli esseri umani e dare il proprio personale contributo a questo scopo. – Tenzin Gyatso 

4) Autonomia e libertà 

Bisogna anche specificare che il counselor non ti risolve i problemi, non ti da le soluzioni sostituendosi nelle tue scelte, ma ti aiuta a raggiungere le tue soluzioni, a risolverle da solo nella più totale libertà di agire.

Il counselor ti aiuta a trovare dentro di te le risorse per affrontarle le tue difficoltà, ti aiuta a migliorare la tua autostima, ad avere fiducia in te stesso e nelle tue potenzialità.

Ti aiuta a sperimentare nuove strade nuovi modi di approcciare i problemi.

È sempre caro agli dèi e agli uomini colui che si aiuta da sé. – Ralph Waldo Emerson

5) Accettazione incondizionata

Il counselor ti accetta per quello che sei senza giudizio, accoglie tutti i tuoi sentimenti senza giudicarti, perché comprende le debolezze umane. Il counselor sa che la vita è un continuo processo di crescita e di maturazione, che siamo tutti uomini in divenire.

Pertanto sarebbe inopportuno non accettare incondizionatamente le persone per quello che sono e semplicemente aiutarle nel momento che esse decidono autonomamente di migliorarsi.

Così si affrontano i problemi: agendo adesso! Agisci! Le uniche remore siete tu e le tue scelte nevrotiche, scelte che hai compiuto in passato perché non credevi di avere la forza che hai in realtà. Quant’è più semplice agire! – Wayne Dyer

Comprenderai quindi che a differenza del tuo migliore amico che, per quanto empatico possa essere, non è specializzato in un ascolto attivo, in un’osservazione senza giudizio o per accoglierti incondizionatamente.

Al contrario il counselor è preparato appositamente per aiutarti a riguadagnare la fiducia in te stesso, a recuperare la capacità di risolvere i tuoi problemi e a  vedere il problema da un altro punto di vista.

Il counselor non ti giudica, non si impone nelle tue scelte, non ridicolizza i tuoi errori passati. Il counselor non risolve i tuoi problemi al posto tuo e non ti da delle soluzioni pronte.

Il counselor è formato per aiutarti a superare i momenti difficili, affrontare un determinato problema, ma soprattutto per insegnarti come superarne altri in autonomia. Tutto questo con le tue risorse interiori che aspettano solo di essere individuate.

Il counselor ti fa da guida ti da sostegno, comprensione, ti aiuta ad essere più autonomo, a recuperare fiducia, ti insegna a utilizzare la tua unicità e le tue risorse per superare la difficoltà e recuperare serenità, il tutto in massimo 10 incontri.

Partendo da questi presupposti, è chiaro che il counseling non è terapia psicologica o psicanalisi ma piuttosto una rieducazione dell’essere umano, come dicevo inizialmente appunto una relazione d’aiuto.

"Educare è un aiuto alla vita". Maria Montessori 

A volte noi pretendiamo tutto questo dalle persone che abbiamo accanto a noi, dai genitori, dagli amici o dal patrner, che però non hanno possibilità di essere come noi vorremmo, a patto che non abbiano seguito corsi specifici.

In base al mio personale percorso intrapreso fino ad oggi, ti posso garantire che si può cambiare molto, noi possiamo cambiare e automaticamente possono cambiare le nostre vite.

Se vuoi raccontarmi delle tue difficoltà, della sofferenza che provi quando ti sembra di non avere alternative, se pensi di avere un problema per il quale il counselor potrebbe esserti d’aiuto clicca qui.

Se hai avutto invece a che fare con questo argomento da vicino, se per tua personale esperienza hai frequentato qualche counselor o qualche corso specifico, mi piacerebbe se lo riportassi nei commenti. Grazie!

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A presto!

GENITORE IDEALE -SOFFERENZA PER LA DIVERSITA’

 

GENITORE IDEALE -SOFFERENZA PER LA DIVERSITA’

In questi giorni, mentre stavo leggendo un libro sull’ adolescenza di ragazzi con la sindrome di Asperger, ho avuto conferma di alcune cose sulle quali avevo molto ragionato ultimamente, una di queste è la sofferenza.

Ho sempre pensato che una qualsiasi diagnosi crei una percezione di diversità, che possa aumentare alcune problematiche già presenti nelle nostre vite quotidiane, come in questo caso, la sofferenza di essere o di sentirsi appunto “diversi”, come se la diversità fosse necessariamente un difetto.

In effetti in questo libro si parla di varie problematiche, attraverso anche il racconto della storia vissuta da un ragazzo dall’infanzia, passandro per la preadolescenza ed anche poi, nell’adolescenza.

Così ho avuto ulteriore conferma di quello che ho sempre pensato, su una terribile sofferenza causata soprattutto dalla solitudine, dovuta al fatto di sentirsi diversi.

“La sofferenza peggiore è nella solitudine che l’accompagna.”- André Malraux (La condizione umana, 1933)

Una solitudine forzata, una non appartenenza al gruppo dei “normali”, una sofferenza causata primariamente dal sentirsi diversi, molto più che dal venire trattati da diversi, rischio che aumenta notevolmente in presenza di patologie o di disturbi di qualsiasi tipo, sia visibili che non.

I cosiddetti ragazzi “normali” possono vivere il periodo adolescenziale con tutte le sue difficoltà, ma con una grande certezza, quella di appartenenza ad un gruppo di loro simili, indipendentemente che si tratti del gruppo famiglia, gruppo d’amici o gruppo d’aggregazione sociale.

Può succedere ad esempio di vivere una situazione di incomprensione o di conflitto con la famiglia, ma loro prendono comunque vigore da un forte e stabile senso di appartenenza con il gruppo dei coetanei, un’unione che fortifica perché simili tra loro.

“Le sofferenze, dicono, migliorano l’uomo. Visti i risultati, proverei con la felicità.” – Pino Caruso

Ma ti sei mai chiesto cosa succede quando il ragazzo è diverso, si sente diverso o viene trattato diversamente e non riesce a inserirsi in un gruppo di suoi simili e creare quell’aggregazione e quel senso di sicurezza e di forza che solo l’unione di un gruppo di pari può darti?

Ogni giorno si sente come un alieno sulla terra, ancor più quando, trovandosi alle porte dell’adolescenza, il ragazzo acquisisce più consapevolezza della sua diversità.

Credo che questo provochi una sensazione di solitudine, come quando all’improvviso ci si trova completamente da soli catapultati in un paese straniero, dove non si ha nessuno e dove non si riesce neanche a comunicare nella lingua locale.

La sofferenza è aumentata ulteriormente dalla consapevolezza che non è un soggiorno temporaneo ma, al contrario la permanenza in quel paese straniero della sua “diversità” è definitiva. Un paese dove non esiste la certezza di una possibile integrazione imparando una nuova lingua per potersi fare dei nuovi amici.

Una sofferenza dovuta alla consapevolezza della quasi certezza che probabilmente non esiste una cura per riuscire in un prossimo, o forse nemmeno in un lontano futuro, di poter ritornare nel paese della “normalità”.

“Se fosse vero che le sofferenze rendono migliori, l’umanità avrebbe raggiunto la perfezione.”  – Alessandro Morandotti 

Ecco che, se è quasi normale che nell’adolescenza ci troviamo a dover affrontare varie problematiche di tipo psicologico, nei ragazzi “diversi” la depressione è quasi certa.

Ma come facciamo ad educare gli adulti che hanno interazioni con questi ragazzi, che non li capiscono e che spesso sono convinti che la sofferenza faccia loro solo bene, che la sofferenza rafforzi il carattere e che li tempri, che in qualche modo hanno bisogno di essere preparati alla vita che verrà?

Serve capire che la frustrazione derivante dall’insuccesso di qualsiasi tipo, in una situazione dove l’insuccesso è quotidiano e dove è diventato la norma, non tempra per niente ma anzi, riesce solo a far abbassare ulteriormente l’autostima e la capacità di credere in se stessi.

Serve capire che una frustrazione per dei desideri non realizzati, in una situazione dove il ragazzo non è per nulla contento di come sta andando la  sua vita, non lo rende ragazzo viziato, ma semplicemente li rende il quotidiano un pò più soddisfacente, dandoli più carica per affrontare un nuovo giorno di insoddisfazione, di insuccesso e di “diversità”.

Non è vero che la sofferenza nobilita il carattere; la felicità a volte lo fa, ma la sofferenza, il più delle volte, rende gli uomini meschini e vendicativi. – William Somerset Maugham

Non è forse vero che siamo tutti convinti che la frustrazione, l’insuccesso, la privazione ci rendano più forti? Che nel momento stesso in cui viviamo una situazione di disperazione, una grossa perdita o compiamo un grave sbaglio che ci costa molto in termini di perdite, è allora che diventiamo più forti e cresciamo?

Tutto ciò può essere tremendamente vero, lo credo fermamente anche io. Le più importanti lezioni le ho imparate in questo tipo di situazioni difficili che ho incontrato nella vita e sono state le più grandi occasioni di crescita.

Non possiamo negare però che accanto alle difficoltà incontrate, nessuno di noi ha avuto insuccesso in tutti i campi della propria vita. Magari hai avuto problemi di lavoro, ma ti hanno sempre sostenuto le amicizie ed i famigliari, dove trovavi sempre conforto.

Se hai avuto invece il partner che ti ha lasciato, magari sei uscito di più con degli amici e ti sei applicato di più nel lavoro facendo più carriera. È difficile che una persona subisca dei periodi talmente sfortunati da perdere tutto insieme e riusire contemporaneamente a rimanere comunque indenne, senza avere la necessità di un supporto psicologico.

“Non basta soffrire. Bisogna anche saper soffrire. Solo così il dolore educa, matura, riscatta.” – Roberto Gervaso

Tutto quello che serve è mettersi realmente in ascolto dei loro pensieri, conoscere i loro sentimenti, avere un pò di sensibilità e riuscire a vedere quale è la  loro situazione di partenza.

Infatti la sofferenza può essere utile, ma è una  questione di quantità, di riuscire come un’alchimista ad impiegare tutto nei giusti dosaggi.

A volte vogliamo motivali, spronarli a reagire, vorremmo solo che diventassero più grintosi, ma non sapendo bene come fare, usiamo dei metodi e delle modalità che riescono solo ad allontanarci da loro.

Non possiamo non preoccuparci del loro benessere emotivo prima di occuparci delle regole che dovrebbero rispettare. Per un ragazzo “diverso” è fondamentale avere una buona relazione empatica con le persone intorno a lui, sentirsi accettato per quello che è.

Noi vorremmo proteggerlo dalle difficoltà della vita, ma l’unica buona eredita che possiamo lasciarli è di volersi bene, accettarsi e amare la sua diversità.

Ma tutto questo non è possibile se noi per primi non lo accettiamo, non lo apprezziamo, non lo amiamo proprio perché è diverso, ed invece lo vorremmo normalizzare e conformare ad un modello.

Dato che nella nostra mente esiste un bambino ideale, quando vediamo questi ragazzi la nostra è prevalentemente una sofferenza per il fatto che loro non siano neanche un pò vicini a quel nostro modello.

Ci concentriamo su quello che il ragazzo non sa fare, su quello che non è, su quello che non sa, su quanto non sia come quel nostro ideale, come quello che la società ci dice che dovrebbe essere un ragazzo “normale”.

“Il grande errore umano è di soffrire. Guai agli infelici!  E l’universo trionfa nel cuore di uno scellerato soddisfatto.”   – Jean Rostand

Soprattutto nell’esperienza scolastica viene evidenziata una discrepanza enorme, difficilissima da colmare, tra quello che il ragazzo dovrebbe imparare e quello che realmente impara.

Il nostro sistema scolastico vorrebbe essere inclusivo ma è fortemente competitivo. Premia i risultati e mette in risalto laddove ci sono delle difficoltà, molto spesso provoca danni.

Queste difficoltà scolastiche si aggiungono a quelle già esistenti. Col crescere aumenta la possibilità che il loro equilibrio emotivo e di difficoltà di  socializzazione diventi ancor più precario.

Si aggiungono i turbamenti ormonali, vorrebbero maggiore vicinanza con gli altri ed anche avere più libertà e autonomia dalla famiglia. Necessitano di sentirsi parte di qualcosa, di andare a prendersi il loro spazio nel mondo, di fare le loro prime conquiste.

Ma come è possibile che loro possano fare tutto questo, se non abbiamo insegnato loro ad amarsi ,ad apprezzare le loro qualità, ad avere fiducia nelle loro capacità..?

Soprattutto come possiamo insegnare loro tutto questo, se noi per primi non riusciamo a vedere il bello che c’è nelle loro peculiarità, se non abbiamo fiducia che troveranno la loro strada pur diversa dalle nostre aspettative iniziali, se non trasmettiamo loro la nostra gioia per la loro unicità..?

“Non si può avere compatimento per gli altri, quando abbiamo troppo da soffrire per noi stessi.” – Luigi Pirandello

Raccontami cosa ne pensi delle difficoltà adolescenziali, del bisogno di frustrazioni per crescere, della sofferenza per solitudine dovuta alla diversità.

Se hai avutto invece a che fare con questo argomento da vicino, o con una tua personale esperienza, mi piacerebbe se la riportassi nei commenti. Grazie!

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A presto!

 

SCUOLA IDEALE – METODO MONTESSORI, UN AIUTO NELLE DIFFICOLTÀ DI APPRENDIMENTO

maria montessori

SCUOLA IDEALE – METODO MONTESSORI, UN AIUTO NELLE DIFFICOLTÀ DI APPRENDIMENTO

Nella scuola di oggi, regnano le difficoltà d’apprendimento. Nelle classi sono più i ragazzi con diagnosi (o senza diagnosi, ma che ne avrebbero bisogno), di quelli cosiddetti “normali”. Tra le numerose diagnosi troviamo termini come sindrome, deficit e disturbo.

Una cosa in particolare accomuna però tutti questi termini. Sono tutti rigorosamente di carattere neurologico e gestiti tutti dal DSM (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali).

Si hai capito proprio bene, sono portatori di diagnosi di ogni tipo dovute a disturbi e deficit neurologici. Non nascondiamoci dietro ad un dito e diciamo le cose come stanno, in poche parole, a questi figli “non funziona bene il cervello”.

Ok, ora basta, ora torno ad essere me stessa. Che ci sono dei problemi non lo nega nessuno. Siamo veramente alle prese con mille difficoltà di apprendimento, ma che puntualmente cerchiamo di risolvere con un’unica soluzione, a parer mio, sbagliata.

“Una prova della correttezza del nostro agire educativo è la felicità del bambino”. – Maria Montessori

Proviamo a vedere perché dico che le soluzioni proposte sono sbagliate… Prima di tutto, qualsiasi soluzione che noi possiamo pensare di mettere in atto, non deve creare più problemi di quelli che avevamo in partenza e deve essere anche sostenibile.

Spesso, per ottenere dei programmi di studio personalizzati, ausili a supporto della didattica o altri strumenti compensativi o dispensativi che siano, in realtà etichettiamo creando solo una diversità che fa male, molto male al bambino.

Abbiamo bisogno di aiutare il ragazzo ad apprendere, ma allo stesso tempo lo mettiamo in condizione di sentirsi diverso dai compagni, incapace di imparare come gli altri, quindi automaticamente con problemi.

Più che in altri momenti della vita, nel periodo scolastico c’è una grande fragilità dovuta alla personalità che si sta ancora concretizzando. I ragazzi hanno un forte desiderio di riconoscimento sociale e nasce il bisogno di appartenenza, la voglia di fare gruppo.

Abbiamo bisogno di aumentare gli strumenti e le strategie per aiutarli a recuperare la dove ci sono difficoltà, ma c’è necessità di creare una scuola inclusiva.

Tutte queste modalità diverse, strumenti diversi, sicuramente utili per favorire l’apprendimento, dovrebbero essere a disposizione di tutti e non solo del “soggetto con difficoltà”.

Se ci sono canali multipli che permettono di arrivare allo stesso risultato, cioè ad apprendere una determinata abilità o competenza, perché dobbiamo ostinarci ad utilizzarne sempre solo uno e fare una deroga solo per lui, “quello diverso”?

“L’adulto deve farsi umile e imparare dal bambino a essere grande.” -Maria Montessori

Siamo presuntuosi, non li ascoltiamo… noi sappiamo già tutto quello di cui loro hanno bisogno e loro devono ascoltarci e fare ciò che noi abbiamo deciso per loro. Più loro si conformano alle nostre indicazioni, più siamo soddisfatti della nostra capacità di “educarli”.

Peccato che non si tratta di educazione ma di addomesticamento, di esercitare il nostro potere su di loro.

L’adulto non ascolta e non capisce il bambino, quindi è in una lotta continua con lui. Guerre di potere per ottenere la loro attenzione, per ottenere il loro silenzio in aula, per ottenere la loro ubbidienza, per ottenere il loro rispetto…

Si pretende il rispetto, avvalendosi solamente di un ruolo che è vero, ne è portatore in se stesso, ma che non dovrebbe essere questa l’unica motivazione del rispetto che loro dovrebbero nutrire nei nostri confronti.

Ma se togliessimo tutti gli strumenti di potere dalle mani degli adulti, in qualche modo gli insegnanti sarebbero costretti a trovare delle strade alternative.

Se provassimo ad eliminare i voti, le verifiche, le note sul registro, cosa rimarrebbe in possesso dell’insegnante per esercitare il suo potere sull’alunno? Esatto, nulla!!!

“C’è troppo poco umorismo nelle nostre scuole e certamente ce n’è troppo poco nelle riviste di pedagogia.” – Alexander Neill

Quindi sarebbe possibile portare l’alunno a seguirci e ad apprendere senza che sia in qualche modo costretto? In sostanza, se l’alunno non fosse obbligato dalla paura a studiare, dovrebbe essere motivato in un altro modo proprio dall’insegnante.

Come potrebbe fare un insegnante a motivare il bambino se non diventando lui stesso un catalizzatore attraverso la propria motivazione, la gioia nel fare il suo lavoro, la propria passione?

Il rispetto verso il ragazzo, per i suoi tempi, per le sue naturali inclinazioni e i suoi peculiari talenti, valorizzare le sue qualità, incitandolo a superare se stesso, forse diventerebbero questi gli unici strumenti utili.

Prendiamo qualche spunto e facciamo qualche riflessione con l’aiuto di Maria Montessori:

  • L’adulto non ha compreso il bambino e l’adolescente e perciò è in una continua lotta con lui.
  • Spesso, tra bambini e genitori, si invertono le parti. I bambini, che sono degli osservatori finissimi, hanno pietà dei loro genitori e li assecondano per procurare loro una gioia.
  • La figura del bambino si presenta possente e misteriosa, e noi dobbiamo meditare su di essa perché il bambino, che chiude in sé il segreto della nostra natura, divenga il nostro maestro.
  • I bambini sono esseri umani ai quali si deve rispetto, superiori a noi a motivo della loro innocenza e delle maggiori possibilità del loro futuro.
  • È necessario che l’insegnante guidi il bambino, senza lasciargli sentire troppo la sua presenza, così che possa sempre essere pronto a fornire l’aiuto desiderato, ma senza mai essere l’ostacolo tra il bambino e la sua esperienza.
  • Il più grande segno di successo per un insegnante è poter dire “i bambini stanno lavorando come se io non esistessi”.
  • L’educazione è un processo naturale effettuato dal bambino, e non è acquisita attraverso l’ascolto di parole, ma attraverso le esperienze del bambino nell’ambiente.
  • Per aiutare un bambino, dobbiamo fornirgli un ambiente che gli consenta di svilupparsi liberamente.
  • Queste parole rivelano l’intimo bisogno del bambino, “Aiutami a fare da solo”.
  • Se si è imparato ad imparare allora si è fatti per imparare.
  • Il bambino è insieme una speranza e una promessa per l’umanità.

“Questo è il nostro compito nei confronti del bambino: gettare un raggio di luce e proseguire il nostro cammino.” -Maria Montessori

La società dovrebbe prodigare ai bambini le cure più perfette e più sagge, per ricavarne maggior energia e maggiori possibilità per l’umanità futura.

Spesso li vediamo solo come alunni, ci scordiamo della loro umanità, delle loro emozioni, dei loro bisogni e del loro benessere psicologico, mettendo l’attenzione solo sulle informazioni da memorizzare.

Li consideriamo vasi vuoti da riempire, steli storti di alberelli da raddrizzare, quando invece dovremmo essere semplicemente al loro servizio per aiutarli a trovare la loro strada, a fornirli gli strumenti perché imparino da soli, dalle esperienze e dalla vita, oltre che dalla scuola.

Dovremmo essere presenti in caso di bisogno, come un dizionario da consultare per dare un significato o chiarire un proprio pensiero. Un alleato fidato, una guida e niente di più.

Ricordiamoci che un ragazzo può venire escluso dal gruppo a causa della sua diversità, della sua etichetta. Inoltre speso viene identificato e valutato anche a casa in base al suo rendimento scolastico.

La sua vita privata e famigliare dipendente dalla sua pagella e la formazione della sua autostima e della sua personalità variano notevolmente in base al successo o all’insuccesso scolastico.

“La nostra pedagogia consiste nel riversare sui fanciulli risposte senza che essi abbiano posto domande, e alle domande che pongono non si dà ascolto.” – Karl Popper 

Per concludere, osservazione del bambino, rispetto per la sua natura, riconoscimento delle potenzialità individuali, ambiente, legami, gioia di insegnare e di guidare, pazienza, lavori di gruppo ed esperienze pratiche, sono tutti strumenti per favorire l’apprendimento nel rispetto della naturale predisposizione dei bambini.

E tu, cosa ne pensi del metodo montessori? Racconta pure la tua esperienza se ti va, infatti mi piacerebbe se la riportassi nei commenti. Grazie!

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A presto!

GENITORE IDEALE -QUANDO LA SCUOLA PROVOCA DANNI

QUANDO LA SCUOLA PROVOCA DANNI?

Pensiamo di essere aiutati nel compito di educare i nostri bambini, affidiamo la loro istruzione alla scuola, cerchiamo tutti di fare il loro bene e di garantire loro il diritto allo studio, l’accesso al sapere, però…

C’è un grosso però… a scuola tutti stanno male! Tutti subiscono la scuola, bambini, insegnanti e anche genitori … A volte la scuola provocca danni!

“Lo scopo della scuola è quello di formare i giovani a educare se stessi per tutta la vita.” – Robert Maynard Hutchins

Siamo molto fortunati perché viviamo in una società democratica, perché abbiamo più che mai, il diritto e la possibilità di esprimerci attraverso molti canali, raggiungendo facilmente ogni angolo del mondo.

Viviamo in un mondo che permette nella maggior parte dei casi una libertà diffusa. Molti sono consapevoli che vivere in quest’epoca offre molto di più di quanto non era mai capitato in passato, in termini di opportunità e di accesso all’istruzione.

Abbiamo reso la scuola obbligatoria, abbiamo addirittura creato delle leggi per regolamentare questo diritto all’istruzione, per essere sicuri che non ci sia sfruttamento del lavoro minorile e per garantire l’ accesso al sapere a tutti i bambini.

Eppure… spesso la scuola rischia di provocare danni, creando più problemi che altro.

“La scuola oggi è incapace di sviluppare quelle competenze e quei talenti che sono oggi necessari per continuare ad appartenere a una società industriale avanzata. È talmente distaccata dalle vere esigenze del mondo del lavoro da essere diventata, in larga misura, una fabbrica di disoccupati con la laurea.” -Piero Angela

Innanzi tutto, è stato detto e ridetto, è stato già sentito dire molte volte, la nostra scuola non è al passo col tempo. Il mondo cambia alla velocità della luce, ma la scuola resta sempre uguale.

Per fare un esempio, credo che nessuna azienda fondata nel secolo scorso e attualmente attiva sul mercato, esista ancora oggi perché ha utilizzato sempre le stesse procedure o li stessi macchinari per produrre i propri prodotti, o perché ha utilizzato le stesse tecniche di marketing che adoperava nel secolo scorso.

Invece a scuola è tutto lo stesso come era un secolo fa. Le materie sono rimaste le stesse ma se ne sono aggiunte altre in più, le informazione da ricordare sono le stesse ma sono solo aumentate e le modalità per tramandarle sono rimaste le stesse, anzi forse sono peggiorate.

“L’obiettivo principale della scuola è quello di creare uomini che sono capaci di fare cose nuove, e non semplicemente ripetere quello che altre generazioni hanno fatto.” – Jean Piaget

Ecco… credo che abbiamo realmente un problema e che sia proprio qui. Ripetiamo all’infinito le stesse cose che abbiamo appreso, senza considerare se sono effettivamente utili oppure no o se esiste un altro modo più efficace.

Mettere in discussione metodi e abitudini consolidate, tra l’altro largamente diffuse, crea una certa resistenza anche nelle menti più aperte.

Non riusciamo veramente a staccarci da convinzioni come “la vita è dura”, “lo studio è fatica”, “il lavoro è un dovere” o “bisogna responsabilizzarsi fin da piccoli per essere preparati alla vita”.

Pare che siano tutte teorie campate in aria, le consideriamo come una solita recente trovata new-age per vendere un nuovo libro. Questo di da diritto di continuare come abbiamo sempre fatto e di non permettere alcun cambiamento.

“La conoscenza che viene acquisita con l’obbligo non fa presa nella mente. Quindi non usate l’obbligo, ma lasciate che la prima educazione sia una sorta di divertimento; questo vi metterà maggiormente in grado di trovare l’inclinazione naturale del bambino.” – Platone

Vantiamo una società libera, ma l’istruzione è d’obbligo. Anche se come abbiamo visto, i presupposti per istituire l’obbligo possono essere giusti, i risultati sono contrari a quanto ci si aspetterebbe da una società moderna e attenta al benessere del cittadino.

Per poter essere obbligatoria la scuola deve essere prima di tutto equa e quindi adatta a tutti, incentrata sul gioco e sul divertimento, sulla gioia di imparare. Invece li vogliamo responsabili e ammaestrati già dalla scuola dell’infanzia.

Dovrebbe essere garantito a ogni bambino lo stesso diritto di poter frequentare nel migliore dei modi e di ricevere non lo stesso metodo insegnamento, ma quello più adatto a ognuno, in base alle proprie capacità e alle proprie caratteristiche.

“L’istruzione alimenta il dubbio e la curiosità: dev’essere di tutti, come vuole la Costituzione, in modo che dalla scuola escano cittadini, non sudditi. Una scuola autoritaria prepara a una società autoritaria.” –  Daniele Luttazzi

Abbiamo esami e verifiche che sono regolate su un modello che dovrebbe essere per tutti, ma che in realtà non si adatta perfettamente a nessuno. Abbiamo un’asticella tarata su un allievo ideale e chi non è all’altezza per qualsiasi ragione, viene etichettato come deficitario.

Viviamo inoltre in una società democratica, ma la scuola è rimasta despotica. Utilizziamo i voti e le note disciplinari come strumenti di potere.

Non mi stancherò mai di ripetere che i voti sono soggettivi e che non rispecchiano minimatene ciò di cui il ragazzo è capace o il suo Q.I., che incentiva la competizione invece della collaborazione e la selezione invece del recupero.

“Una scuola che costringa un adolescente a ricevere giudizi negativi, confronti frustranti con i coetanei e bocciature, è un sistema raffinato di tortura. E va contro non solo ai  principi di libertà, ma a tutte le odierne concezioni psicologiche e sociali in tema di educazione.” – Vittorino Andreoli

I voti umiliano, sono svalutanti. Vogliamo motivarli, invece otteniamo l’esatto contrario. Alunni demotivati che odiano la scuola. Ragazzi con perenne mal di testa o mal di stomaco che puntualmente spariscono durante le vacanze estive.

Inoltre il voto non è un metodo valido di valutazione del tempo dedicato allo studio. Spesso non viene dato per il merito dell’alunno, per quanto ha studiato, ma per la sua capacità di ricordare e di ripetere ciò che gli è stato insegnato.

Dipende molto dalla sua memoria, dalle conoscenze che già possedeva, dal tipo di argomento trattato, dal coinvolgimento di cui è capace l’insegnante, etc.

Non per ultimo, dipende anche dal benessere emotivo e psicologico del ragazzo, dalla sua autostima, dalla personalità e dalla sua storia vissuta fino a quel momento, dalla sua situazione famigliare etc.

“Per me, il peggio sembra essere una scuola che funziona con i metodi della paura, della forza e della autorità artificiale. Tale trattamento distrugge i nobili sentimenti, la sincerità e la fiducia degli alunni e produce un soggetto sottomesso.” – Albert Einstein

Vorrei ricordare a tutti gli insegnanti che hanno la volontà e l’umiltà di ascoltare, che i  ragazzi ai quali oggi trasmettete le vostre conoscenze, non sono solo degli alunni ma sono i nostri bambini. Sono il bene più prezioso che un genitore ha.

Vi vengono affidati per svariate ore al giorno e quindi avete un’influenza enorme su di loro. Quest’ influenza non riguarda solo la loro istruzione, ma anche la loro emotività, le loro relazioni, la fiducia in sé stessi, la loro capacità di essere validi uomini e donne in un futuro.

Sono gli adulti che domani avranno le redini del nostro paese. Che saranno i padri di domani e che a loro volta avranno dei bambini da educare. Saranno sempre loro anche quelli che governeranno e quelli che si occuperanno della nostra vecchiaia.

“Ho fatto una lista delle cose che non ti insegnano a scuola. Non ti insegnano come amare qualcuno. Non ti insegnano come diventare famoso. Non ti insegnano come essere ricco o povero. Non ti insegnano come lasciare qualcuno che non ami più. Non ti insegnano a capire cosa passa nella testa degli altri. Non ti insegnano cosa dire a qualcuno che sta morendo. Non ti insegnano niente che valga la pena sapere.” -Neil Gaiman

Già mi sembra di sentire chi dice che la scuola però deve trasmettere istruzione e per tutto il resto c’è la famiglia. È compito dei genitori occuparsi dei temi legati all’educazione, che non lo si può delegare alla scuola e che è la loro responsabilità.

Ok, sono d’accordo che la scuola non è una famiglia, che non ha questi obblighi e che è responsabilità dei genitori. Ma laddove c’è un problema, non lo si può solo scaricare sulla famiglia.

Se ad esempio, un bambino ha una difficoltà scolastica, anche se di apprendimento, si richiede l’intervento della famiglia. Se il problema è comportamentale si convoca nuovamente la famiglia.

È così per qualsiasi tipo di difficoltà che un bambino può avere a scuola. Bisogna solo augurarsi che il proprio figlio riesca a tenere sempre il passo, altrimenti per la famiglia e per il bambino incomincia un calvario decennale.

“Ho sempre pensato che la scuola fosse fatta prima di tutto dagli insegnanti. In fondo chi mi ha salvato dalla scuola se non tre o quattro insegnanti?” – Daniel Pennac

Ma come può intervenire la famiglia nelle problematiche scolastiche del figlio?

Solo stimolandolo con ogni mezzo ad impegnarsi di più, con ore di recupero, compiti supplementari, ricatti o punizioni.

La famiglia non ha conoscenza di metodi per agevolare l’apprendimento del proprio figlio. Questo tipo di problema dovrebbe essere affrontato dalla scuola e non dal genitore che è del tutto incompetente.

Il bambino a questo punto subisce un crollo definitivo. Vive un calvario fatto di inadeguatezza sia a scuola e a casa.

Si sente umiliato a scuola perché invece di essere aiutato, viene criticato e fatto sentire inadeguato attraverso i bassi voti, dato che non sta al passo con gli altri. Si sente incompreso dai genitori perché, invece di essere compreso e sostenuto, subisce anche la pressione del loro comportamento inefficace.

“Sognavo di poter un giorno fondare una scuola in cui si potesse apprendere senza annoiarsi, e si fosse stimolati a porre dei problemi e a discuterli; una scuola in cui non si dovessero sentire risposte non sollecitate a domande non poste; in cui non si dovesse studiare al fine di superare gli esami.” –  Karl Popper

È vero che la scuola non si deve occupare dell’ educazione, che è ovviamente compito del genitore, ma la scuola con il suo obbligo decennale dell’istruzione non deve interferire nella crescita emotiva e psicologica armoniosa del bambino.

Il sapere è importante, ma non lo è di più del benessere dei nostri figli. La conoscenza da sola inculcata in un piccolo essere reso insicuro delle proprie capacità, non può che rivelarsi un’enorme insuccesso.

La capacità di apprendere e di memorizzare passa attraverso il benessere psicologico e uno stato emotivo sereno del soggetto.

“Ogni istruzione seria s’acquista con la vita, non con la scuola.” – Lev Tolstoj

Se non vogliamo che i nostri alunni diventino disinteressati allo studio, che acquisiscano col tempo la cosiddetta impotenza appresa impedendo poi qualsiasi tipo di apprendimento, allora vuol dire che forse è il caso di ammettere che la scuola non è fatta a misura dei nostri bambini.

Se non vogliamo che gli insegnanti fatichino a fare lezione o che la facciano per soli due o tre soggetti in grado di ascoltarli, vuol dire che dobbiamo ammettere che forse c’è qualcosa che non va nelle modalità di insegnamento.

Se non vogliamo che il rapporto tra genitori e figli si danneggi a causa della valutazione scolastica del bambino e non per la sua reale personalità, allora dobbiamo ammettere che è una scuola che utilizza metodi non adeguati ad una crescita armoniosa dei nostri ragazzi.

“La scuola è quell’esilio in cui l’adulto tiene il bambino, fin quando è capace di vivere nel mondo degli adulti senza dar fastidio.” –  Maria Montessori

Abbiamo una scuola d’obbligo, che invece di essere un diritto per i bambini, un accesso al sapere, per alcuni rischia di diventare una prigione, dove sono costretti a vivere per dieci anni.

Una scuola d’obbligo poco attenta al recupero dei soggetti con difficoltà, che vorrebbe essere inclusiva ma che in realtà premia la competitività, diventa un incubo per molti alunni.

Una scuola d’obbligo che mira a istruire le nuove generazioni, non può ignorare i danni collaterali che provoca nell’affettività e nella psiche, quindi nella vita e nel futuro dei nostri bambini.

Racconta pure la tua esperienza se ti va, infatti mi piacerebbe se la riportassi nei commenti. Grazie!

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